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MASCHERE ANTIGAS E MEZZI PROTETTIVI INDIVIDUALI ITALIANI


La prima guerra mondiale porta con se la responsabilità di aver adottato su larga scala una delle più mostruose forme di conflitto mai apparse nella storia umana: l'aggressione con i gas asfissianti. Il 22 aprile 1915, sul fronte occidentale in Belgio, tra Bixchoote e Langemarck, il primo attacco portato non dal ferro e dal fuoco, bensì dal vento, mieteva 5000 vittime tra gli ignari soldati francesi. La conseguenza immediata fu, ovviamente, un'affannosa corsa alla ricerca di mezzi per proteggere i soldati dal nuovo tipo di aggressione sperimentato in trincea. L'Italia, non ancora ufficialmente in guerra, leggeva inorridita le cronache provenienti dal fronte francese, iniziando alcuni studi per prevenire un problema ipotizzabile per il futuro fronte italo-austriaco.
In Francia le prime maschere antigas entrarono in dotazione a partire dal mese di marzo 1916. Le protezioni transalpine del 1915 erano, di fatto, semplici tamponi di garza pressata o compresse imbottite di cotone, da utilizzarsi come filtro. Tali garze dovevano essere bagnate con una soluzione di iposolfito e carbonato di soda, reagenti che la chimica di allora riteneva efficaci contro il cloro gassoso, vapore asfissiante in grado di determinare rapidamente la morte da soffocamento in seguito a gravi lesioni polmonari. Presso i soldati era prassi consueta attrezzarsi anche di occhiali protettivi in grado di evitare le violente congiuntiviti causate dai vapori di cloro. Da questi due elementi di base, tamponi ed occhiali, nasceva l'idea di una protezione unica: la maschera antigas.

Nel luglio 1915 l'Italia costituiva la Commissione Chimica, composta da luminari della scienza italiana ed incaricata dello studio offensivo e difensivo della nuova arma letale. I compiti della commissione erano i seguenti: scelta dei mezzi di protezione individuale, scelta dei metodi di protezione collettiva, scelta degli aggressivi asfissianti, fumiganti e lacrimogeni, studio dei mezzi offensivi nemici, esame delle proposte relative alla materia trattata. La prima riunione della commissione, il 4 agosto del 1915, prendeva consapevolezza del più letale derivato del cloro, che i tedeschi si preparavano ad usare in guerra: l'ossicloruro di carbonio o Fosgene. Rapporti spionistici da Breslavia e Colonia indicavano la produzione di grandi quantità di tale sostanza.
L'Italia non era certamente una nazione produttrice di importanti stock di reagenti chimici. In particolare c'era una sola ditta produttrice di cloro liquido: la Società elettrochimica di Bussi. L'azienda raggiungeva, prima dello scoppio della guerra, una lavorazione massima di 15.000 tonnellate di cloro, insufficiente per l'uso bellico. Tale situazione determinava la necessità di organizzare dal nulla il processo di produzione degli aggressivi chimici, con il pericolo di arrivare ad essere operativi quando già l'evoluzione bellica aveva decretato l'abbandono di alcuni aggressivi a vantaggio di nuove sostanze ancor più mortifere. Per questo motivo gli italiani orientarono i propri sforzi soprattutto nella ricerca delle difese contro i gas, limitando i progetti per un loro uso offensivo in battaglia.
L'evoluzione della maschera antigas italiana ebbe, purtroppo, un preambolo deludente. Nel maggio 1915, cinque giorni dopo l'entrata in guerra, si riuniva a Torino la Commissione torinese per lo studio dei gas asfissianti e mezzi di difesa. In quella sede il prof. Icilio Guareschi propose una sua relazione in cui si evidenziavano due aspetti fondamentali della protezione antigas: la necessità di proteggere gli occhi oltre alle vie respiratorie e la supremazia dei filtri assorbenti formati da composti solidi piuttosto che da reagenti in soluzione. Il modello della maschera a respiratore Guareschi, l'unico prototipo del 1915 relativo agli eserciti dell'Intesa, venne presentato a Roma e sperimentato al cospetto dei prof. Ciamician e Pesci, illustri chimici. Inutile ricordare che, per una serie di imprevisti del tutto correggibili, tale maschera non venne mai né adottata né prodotta in Italia. Ad essa, infatti, furono preferiti modelli chiaramente copiati dalle protezioni francesi, sacchetti tampone individuali che si rivelarono scarsamente efficaci e scomodi da utilizzare.  
Dopo la battaglia di Caporetto, dove una parte del fronte era stata sfondata grazie all'utilizzo massivo di miscela cloro-fosgene, mietendo vittime anche tra i soldati che avevano indossato la maschera in dotazione (parzialmente efficace e funzionale solo se non si permaneva nella nuvola di gas per troppo tempo, ovvero se si abbandonava la trincea) gli italiani adottarono (acquistandolo a Londra) il respiratore inglese, apparecchio ottimo e funzionale con un solo difetto ... assomigliava in maniera incredibile all'intuizione di Guareschi, che era stata disapprovata due anni prima.

 

 

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