Basson
Campigoletti
(monte) Campo Gallina Campolongo
(cima e forte) Castelloni di
San Marco Cengio (monte) Cima Caldiera Cima di Campo
Verde Cima di
Vezzena (Spitz) Chiesa (monte) Col d’Echele Col del Rosso Colombara
(monte) Corbin (punta
e forte) Cornone
(monte) Costesin
(monte) Cucco di Pozze
(monte) Fiara (monte) Forno (monte) Granezza e
monte Corno Ghelpac
(torrente) Interrotto
(monte) Kaberlaba
(monte) Lemerle
(monte) Lisser (forte)
|
BATTAGLIE IN ASIAGO
1915 - 1918

La guerra delle fortezze Nonostante
il patto di alleanza con Germania ed Austria del 1887 l'Italia aveva
organizzato, a difesa del proprio confine orientale con l'impero asburgico,
campi minati ed opere corazzate (forti) per la difesa delle valli. Un Comitato
governativo fu incaricato di pianificare le opere da erigere e di
razionalizzare l'arrivo dei capitali, ingenti tra il 1883 ed il 1896. Nuove
strade militari e ricoveri per la truppa iniziarono a sorgere in tutti i
settori di confine. In
quel primo periodo erano nati gli sbarramenti stradali detti Tagliate, opere
corazzate poste di traverso alle strade e dotate di cannoni in casamatta. Solo
in un secondo tempo nascevano le batterie fortificate, postazioni di
artiglieria attrezzate per sbarrare i fondovalle e per battere i lontani punti
di raccolta degli eventuali invasori e più tardi (tra il 1906 ed il 1912) i
veri forti corazzati. Sull’altopiano, nel 1915, le difese militari fisse in
muratura erano le seguenti: a)
opere in casamatta senza corazzatura intese come rifugio e nucleo di resistenza
(es. forte Interrotto); b)opere corazzate come i forti Corbin, Lisser, Campolongo e Verena; c)
semplici batterie in barbetta o in caverna (Portule); d) batterie provvisorie provviste di difese
laterali con o senza fossato di gola (es. Canove di sotto, monte Rasta). e) tagliate di vecchio stampo ottocentesco
(Tagliata di Val d’Assa);
Punta
Corbin aveva 6 pezzi da 149 A in cupola, la tagliata d'Assa (opera antiquata in
muratura) possedeva 2 cannoni da 120 G, Verena e Campolongo difendevano con 4
pezzi da 149 A in cupola. Il settore orientale dell’altopiano, orientato verso
il Brenta, (fortezza Brenta-Cismon) comprendeva l'appostamento di monte Lisser
(batteria in barbetta da 4 pezzi da 149 G) con strada d'accesso nei pressi di
forte Lisser (opera corazzata con copertura pesante con 4 pezzi da 149 A in
cupola, 4 da 75 A e 9 mitragliatrici), l'opera Coldarco in caverna con scudi
con 4 pezzi da 75 A). Con
questo ordine di battaglia le fortezze italiane iniziavano le ostilità nel
maggio 1915. Combatterono a cannonate per circa due mesi di guerra per poi
essere disarmate nel luglio 1915. Erano troppo indifese per resistere ai grossi
calibri austriaci.
1915. Gli assalti per la
“conquista di Trento” La
dichiarazione di guerra contro l’ex alleata Austria-Ungheria rischiò di
cogliere impreparata la difesa del Tirolo, povera di materiali e soldati.
Tuttavia il modo di fare la guerra dell’epoca ed una certa cautela negli
obiettivi della I armata italiana (operante sull’altopiano) operarono in modo
da favorire i pochi difensori asburgici. Il
fronte si era assestato sullo spartiacque tra gli altopiani di Lavarone e di
Vezzena (a nord di Camporovere), in pieno territorio austriaco, sulla linea
delle fortezze austroungariche, non molto lontano dal confine delle due
nazioni. La
34ª div. italiana, schierata in maniera offensiva, tentò due grandi operazioni
d’attacco alla linea fortificata. La prima, in agosto, si risolse in un
disastroso attacco durante il quale la sola brigata Treviso perdette quasi 1100
effettivi, tra morti, feriti e prigionieri. Il secondo assalto autunnale fu
meno sanguinoso ma con analoghi risultati. Con i mezzi di allora, infatti, gli
italiani non riuscivano ad avvicinarsi alle trincee austriache, bloccandosi di
fronte al groviglio dei reticolati.



1916. Asiago in fiamme Nel
febbraio 1916, in concomitanza con l’operazione a Verdun sul fronte francese,
il comando austroungarico studiava un piano per attaccare l’Italia nel
Trentino. L’operazione,
definita allora come “offensiva di primavera”, prese il nome popolare di Strafexpedition (una spedizione punitiva
contro il traditore italiano). Il 15 maggio 1916 iniziò l’attacco austriaco,
mentre le valli vicentine rimbombavano a causa di uno dei più violenti
cannoneggiamenti effettuati in montagna. Caddero in rapida successione
importanti capisaldi montani italiani come la Zugna, il Col Santo e gran parte
del massiccio del Pasubio, il Toraro e l’altopiano di Tonezza. Il 20 giugno
l’attacco si estese all’altopiano dove gli austriaci, dopo due giorni di lotta
accanita, sfondarono il fronte. A fine mese, (Asiago era ormai una città
abbandonata alle fiamme) una nuova violenta battaglia si accendeva sull’acrocoro
del Cengio, mettendo in crisi il dispositivo italiano. Gli
italiani resistettero, nella prima decade di giugno, sacrificandosi sulle
precarie nuove linee, scavate alla buona su prati e boschi. Battaglie
sanguinose combattute a monte Zovetto, sul Lémerle, sulle Melette di Gallio e
Foza non permisero agli imperiali di dilagare in pianura. Così,
il 24 giugno, gli austriaci abbandonarono l’impresa, ormai giunta alla sua
conclusione e si ritirarono occupando una linea difensiva poderosa, stesa tra
il massiccio dell’Ortigara, i monti Zingarella e Zebio, il Mosciagh e lo
strapiombo della Val d’Assa, di fronte a Roana. La
controffensiva italiana non portò che lutti e perdite disastrose, senza nessun
ulteriore guadagno, rispetto ai luoghi dove gli austriaci avevano scelto di
svernare. L’autunno, sull’altopiano, fu un periodo tranquillo, con pochi e
piccoli combattimenti. I comandi italiani studiavano il piano per la
riconquista della parte nord dell’altopiano: l’operazione K.



1917. Il dramma
dell’Ortigara Il
nuovo piano offensivo italiano prevedeva un massiccio impiego di materiali di
artiglieria e di truppe allo scopo di sfondare tutto il fronte nord, dal
Mosciagh all’Ortigara. Il 10 giugno la 52ª div. alpina attaccava il monte
Ortigara ed i limitrofi Chiesa e Campigoletti senza raggiungere gli obiettivi
principali. Dopo quattro giorni di accanita battaglia gli italiani attaccavano
nuovamente, occupando la vetta dell’Ortigara. Le perdite erano già numerose.
Una settimana dopo, il contrattacco di reparti d'assalto austriaci costringeva
gli italiani all’abbandono delle posizioni conquistate. L’operazione Ortigara
era stata un fallimento ed era costata la perdita di quasi 28.000 soldati,
contro i 9.000 austriaci fuori combattimento.
1917. Le battaglie autunnali Dopo
un estate di relativa calma, gli eventi precipitavano nei mesi autunnali. In
seguito allo sfondamento austrotedesco di Caporetto, il comando italiano
ordinava l’abbandono delle linee nord dell’altopiano ed il ripiegamento sulla
linea di resistenza, che correva a sud di Asiago. La
pressione militare austriaca si espresse subito con rapidità. Il 10 novembre
gli imperiali iniziavano una sequela di attacchi continui che portava alla
crisi delle linee italiane. Gli italiani, perduto il monte Longara, dovettero
ritirarsi improvvisando una nuova linea sulle alture a sud di Asiago. Questa si
proiettava improvvisamente a nord, dopo Gallio, in direzione del massiccio
delle Melette, importante gruppo montuoso che permetteva il controllo sulla Val
Brenta. In
quei monti, divenuti allora tristemente famosi, Zomo, Fior, Castelgomberto,
Spil, Miela e Badenecche, si combattè furiosamente per due settimane. Il 4 di
dicembre, tuttavia, assaltatori austriaci penetravano le linee sabaude da est,
accerchiando un’intera divisione italiana per il 75% distrutta. La
nuova flessione costringeva gli italiani a ritirarsi a sud della Val Frenzela,
sui monti Valbella e Col del Rosso, dove si doveva resistere ad ogni costo,
come stava contemporaneamente accadendo sul vicino monte Grappa. L’ennesimo
assalto austriaco, portato all’antivigilia di Natale, portava ad una ulteriore
ritirata italiana. Furono perduti Valbella, Col del Rosso e Col Ecchele (da
allora definiti I Tre Monti) e gli
italiani furono costretti a ripiegare sull’ultima catena collinare interposta
tra l’altopiano ed il suo bastione meridionale.



1918. L’ultimo attacco
austriaco Alla
fine di gennaio le linee contrapposte mutarono nuovamente di sede. Gli
italiani, infatti, con un brillante attacco riconquistavano i “Tre monti”
ripristinando la situazione di dicembre. Il nuovo fronte, adesso, correva dal
ciglio della Val d’Assa, passava davanti a Cesuna, sul Kaberlaba, sui monti
Echar e Costalunga per terminare a Valbella e Col del Rosso, prima di scendere
in Val Brenta. Sulle nuove trincee si schieravano anche truppe inglesi e
francesi, combattendo sull’altopiano sino al termine del conflitto. L’Austria-Ungheria,
ormai allo stremo delle risorse, tentava l’ultimo grande assalto il 15 giugno
del 1918. Il fronte dell’altopiano resistette all’urto, tranne una piccola
inflessione a Cesuna, nel settore britannico, e la rinnovata perdita dei “Tre
monti”. Col del Rosso, Valbella ed Ecchele saranno di nuovo italiani dopo il
vittorioso contrattacco del 30 giugno, in cui gli austriaci persero quasi 2000
prigionieri. La
guerra era ormai sulla via della fine. Dopo un’estate di scaramucce l’autunno
portò l’agognato epilogo. Lo sfondamento sul Piave costrinse gli austriaci
sull’altopiano alla ritirata, inseguiti dalle truppe alleate. Il 4 novembre
1918 cessava il frastuono delle armi. L’altopiano poteva finalmente riposare e
guardare le sue gravi ferite.

Basson Il
colle fortificato dagli austriaci, dominando la piana ed il passo di Vezzena,
era punto tattico importante e dotato di due ordini di trincee parallele con
ricoveri blindati. Fu attaccato dagli italiani nell’agosto del 1915, alle 3 di
notte del giorno 25. In tre o quattro assalti ravvicinati la brigata Treviso tentò di sfondare la linea
imperiale. Pattuglie italiane penetrate nel settore fortificato resero
necessario l’intervento diretto del comando austriaco di settore, nella persona
del col. Ellison von Nidlef, rimasto con soli cinque ufficiali. Gli italiani
persero nell'azione 200 morti, 246 prigionieri e 108 feriti e prigionieri tra i
quali il col. Riveri, c.te del 115º regg. (corrispondono alla cifra terribile
di 575 dispersi accusata dal 115º che perse pure altri 39 morti recuperati
dagli italiani, 468 feriti rientrati in linea e 25 feriti del 116º. In totale
la Treviso perse 1107 soldati nella
cruenta azione). Perdite austriache nulle o irrisorie.
Campigoletti
(monte) La
prima battaglia coinvolse il monte il 6 luglio 1916 con l’assalto dei
battaglioni alpini Argentera, Bassano,
Morbegno e Saccarello. Le sue
linee erano state organizzate grazie al concorso di un reggimento sloveno di
fanteria (n. 17) e di truppe Feldjäger. Fu nuovamente attaccato tra il 15 ed il
19 giugno 1917 durante la battaglia dell’Ortigara. In quell’occasione, come nel
1916, gli austriaci resistettero sulle proprie trincee. Sulla
sua cima si trova un piccolo e suggestivo cimitero austroungarico, recentemente
ristrutturato.
Torna
inizio pagina
Campo Gallina Durante
la guerra fu importante centro logistico che serviva tutto il settore
dell’Ortigara. Organizzato come un vero e proprio piccolo villaggio, con
spaccio, cinema e chiesetta, possedeva baraccamenti ricovero e magazzini. In
questi erano stipati i rifornimenti necessari alle operazioni, spesso portati
in zona grazie alle teleferiche che servivano il territorio tra Portule e Cima
Dodici.
Campolongo
(cima e forte) Il
forte ebbe un notevole importanza soprattutto come osservatorio, grazie alla
sua posizione elevata. Dopo aver appoggiato le operazioni nei primi mesi del
1915, fu, prima disarmato e poi abbandonato il 22 maggio 1916, durante
l’attacco e l’avanzata austriaca.
Castelloni di
San Marco La
posizione defilata del complesso impedì il suo diretto coinvolgimento durante
la guerra. Qualche combattimento, nelle sue zone limitrofe, ebbe luogo sia
nella controffensiva italiana del 1916 sia durante il ripiegamento italiano di
ottobre 1917.
Torna
inizio pagina
Cengio (monte) Il
3 giugno 1916, mentre tra le ore 4 e le 7 del mattino i fanti della brigata Modena davano il cambio alle prime
linee, pattuglie austriache attaccarono le trincee del Cengio, scosso da tre
giorni di combattimenti. Un bombardamento incessante battè le linee dalle 4.30
alle 9.10 del mattino seguito, alle 10, dall'assalto austriaco che costringeva
gli italiani ad abbandonare le posizioni. I violenti corpo a corpo tra
Granatieri assediati e austriaci diedero origine, nel dopoguerra, alla celebre
leggenda del “Salto del Granatiere” che narrava di soldati che si gettavano nel
vuoto pur di non finire prigionieri. Gli italiani ripiegarono in Val Canaglia
stanchi ed impossibilitati a contrattaccare.
Cima Caldiera Attaccata
il 26 giugno 1916, durante la controffensiva italiana, viene occupata, dalle 12
alle 17 sotto un nubifragio, dagli alpini del Sette Comuni e del Cenischia.
Rimarrà importante presidio avanzato di prima retrovia italiana sino a novembre
1917. Era sede di un importante osservatorio, che permetteva di controllare la vetta dell’Ortigara:
osservatorio Torino.
Cima di Campo
Verde Occupata
dagli austriaci della 22ª Schü tzen il 24 maggio 1916, il monte diverrà un
importante osservatorio austriaco dotato di un centro logistico. Servito da una
teleferica, che giungeva da Portule per proseguire in direzione del Corno di
Campo Bianco, permetteva di analizzare le linee avanzate italiane.
Cima di
Vezzena (Spitz) Celebre
per il fortino austriaco attrezzato per essere un nido di mitragliatrici ed
osservatorio, era dotato anche di un cannone di appoggio, ma non di cupole
girevoli. Subì numerosi attacchi nel 1915 (alpini del battaglione Bassano) senza mai cadere in mano
italiana. Perse la sua importanza militare dopo l’avanzata verso sud del fronte
altopianese.
Chiesa (monte) Il
monte divenne il “memoriale” del 17º reggimento sloveno di Lubiana, che fu
schierato lassù nel giugno del 1916 assieme ad unità bosno-erzegovesi e
stiriane. Fu infatti il reggimento di Lubiana ad organizzarne le linee e le
retrovie; restano di quella presenza importanti vestigia come i baraccamenti
del comando. La cima non venne mai attaccata direttamente per la sua posizione
impervia.
Col d’Echele Il
piccolo colle venne attaccato ed occupato per la prima volta il 23 dicembre
1917. Il monte venne riconquistato dagli alpini italiani il 28 gennaio 1918 e
nell’azione cadeva il caporale Sarfatti Roberto, diciassettenne, del batt.
alpino Monte Baldo a cui è intitolato
il monumento colà presente. Il
15 giugno 1918 gli Schützen della 26ª
div. austriaca hanno ragione del battaglione del regg. 117 Padova schierato all'Ecchele occupando per la seconda volta il
monte. Soltanto il 30 giugno, dopo 9 ore di continui assalti, i fanti italiani
della brigata Teramo riprendono la
cima, mantenendola sino al termine della guerra.
Torna
inizio pagina
Col del Rosso L’epopea
bellica del monte inizia il 23 dicembre 1917 quando un attacco violento
austriaco sfondò sopra la località Portecche e gli austriaci occuparono Col del
Rosso. Di notte il 16º reparto d'assalto con il 78º Toscana tentarono invano di riprendere il monte. Il giorno
successivo una colonna di bersaglieri tentava invano di riprendere le posizioni
perdute. Il
28 gennaio 1918 gli italiani portavano il contrattacco. Alle 9.30 la brigata Sassari partiva all’assalto di Col del
Rosso occupandolo, ma un contrattacco austriaco riportarono gli imperiali alla
selletta tra Rosso ed Echele. Soltanto il 30 gennaio due cp. del 157 Liguria completavano l’occupazione del
monte. Nella
battaglia di giugno 1918 a Col del Rosso attaccò la div. Edelweiss che travolse due battaglioni della brigata Lecce puntando verso monte Melago. Il
monte venne ripreso il 30 giugno 1918 grazie al contrattacco della brigata Lecce contro casera Melaghetto. Fu per
altro un battaglione della Teramo ad
occupare la cresta di Col del Rosso completandone la conquista.
Colombara
(monte) Caposaldo
austriaco avanzato e proiettato nel dispositivo italiano, aveva sul rovescio
ovesto postazioni di cannoni in caverna. Fu attaccato decisamente dagli
italiani della brigata Rovigo tra il
6 ed il 7 luglio del 1916. L’attacco falliva tra perdite ingenti. Un
nuovo attacco fu portato il 10 di luglio ma ebbe analogo esito. In agosto 1916
ed in ottobre gli italiani tentarono di nuovo di prendere il monte con attacchi
di alleggerimento. Il fine era quello di togliere agli austriaci un punto
importante per la loro difesa del settore nord. Nemmeno questi attacchi
portarono vantaggi agli italiani.
Corbin (punta
e forte) Ex
batteria di artiglieria convertita a forte corazzato negli anni prima della
guerra., rimase del tutto inattivo nel conflitto. I suoi cannoni furono portati
in altra sede e sostituiti con false canne di legno. Il forte fu occupato dagli
austriaci alle 19.30 del 29 maggio 1916 grazie alle avanguardie del gruppo
Kliemann. Abbandonato nelle ritirata strategica del 24 giugno, il forte rimase
punto di osservazione avanzata italiana soprattutto per il Cimone di Arsiero.
Cornone
(monte) Lo
scoglio roccioso comparve sui bollettini di guerra il 18 dicembre 1917 quando
un colpo di mano di Arditi lo occupava portandosi sotto il Sasso Rosso. Il 10 febbraio 1918 un attacco austriaco
contro le sue posizioni avanzate riprendeva la linea, nonostante la difesa del
btg. alpini Vicenza. Il 29 giugno
1918 un nucleo d'assalto del XX cda irrompeva nelle trincee del Cornone
impegnando gli austriaci e respingendoli a monte.
Costesin
(monte) Importante
caposaldo italiano fortificato, organizzato con una linea avanzata appoggiata
da ridotte di sasso (blockhaus) e postazioni di mitragliatrice, e da un
trincerone centrale (sulla quota 1527) per la resistenza. Già teatro di lotte
nel 1915 divenne protagonista nel maggio 1916. Il 21 maggio, dopo due giorni di
lotte violente ed un concentramento di fuoco di artiglieria record per la
Grande Guerra, la brigata Ivrea, che
aveva difeso il colle dall’inizio della guerra, appoggiata da fanti della Lambro e dell’Alessandria, ripiegava, lasciando agli austriaci 2000 soldati
accerchiati e fatti prigionieri.
Torna
inizio pagina
Cucco di Pozze
(monte) In
prossimità di monte Forno, fu un importante caposaldo austriaco avanzato del
sistema difensivo del monte Chiesa. Attaccato ed occupato dagli alpini del Cividale il 6 luglio 1916, verrà evacuato dopo quattro giorni di
contrattacchi austriaci e nuovi tentativi italiani( batt. alpini Arvenis e Arroscia).
Fiara (monte) Presidiato
per la prima volta nel 1916 dal 14º regg. bersaglieri, durante l’offensiva di
maggio, il Fiara diverrà sede di accaniti combattimenti più tardi. Il 30
maggio, infatti, la pressione austriaca ebbe ragione delle residue resistenze
della 34ª div. italiana e di compagnie alpine di rinforzo. Il Fiara fu infatti
occupato. Il deciso attacco austriaco portava anche all’occupazione della dorsale
sud grazie all’azione del IV battaglione del regg. stiriano 27 contro il Cimon
e del I batt. dell’11º regg. contro il Baldo. Nel
1917, durante il periodo della ritirata italiana dalle linee dell’Ortigara, fu
teatro di aspri combattimenti di retroguardia.
Forno (monte) Le
piccole gobbe del monte, sormontato dal Corno di Campo Bianco, fu attrezzato
alla difesa dal 27º reggimento stiriano di Graz e dal reggimento bosniaco n. 2.
Alcune trincee erano rinforzate da elementi in cemento e gallerie che recavano
dal lato riparato del monte. Il 10 giugno 1917, durante la battaglia
dell’Ortigara, alle 15 scattava l'attacco dei reparti d'assalto a quel “fortino
naturale” austriaco. Dietro agli arditi stavano i fanti della Arno (I e II/213º) ma il violento fuoco
di mitragliatrici li respinse.
Granezza e
monte Corno Quando
le prime avanguardie britanniche giunsero sull’altopiano individuarono subito
“quel pianoro incassato tra le rocce” come la sede ideale per il comando
logistico ed i trasporti. Granezza era già dal 1916 un importante centro di
retrovia, sede di magazzini e servizi nonché punto di arrivo di teleferiche.
Dal posto si dipartiva la carrabile che portava a Caltrano, una delle
principali vie di comunicazione con l’altopiano. L’adiacente vetta del Corno di
Granezza era attrezzata alla difesa di questo importante nodo di comunicazioni.
Ghelpac
(torrente) Il
nome Ghelpac è legato al suo corso nel settore di Cesuna, occupato nel 1918,
dai soldati britannici. In particolare Ghelpac Park era il nome dato alle
trincee più avanzate, situate dove cessava la strada sterrata proveniente dal
Boscon, poco dopo un incrocio (Pelly Cross). Il sistema avanzato inglese
continuava nel Buso di Cesuna, inflettendosi nella zona delle attuali cave di
marmo. Qui, il 15 giugno 1918, gli austriaci riuscirono a sfondare le linee
inglesi tenute dal I\V battaglione del regg. Gloucester. Un contrattacco
inglese ed ... alcune cantine di rhum trovate in trincea frenarono l’avanzata
imperiale, determinando il fallimento dell’attacco.
Torna
inizio pagina
Interrotto
(monte) Era
sede di una caserma attrezzata (detta impropriamente forte) a scopo difensivo.
Il monte fu travolto durante l’offensiva austriaca di primavera 1916 ed
abbandonato dagli italiani il 27 maggio 1916. Per tutto il resto della guerra
rimase in mano austriaca, come osservatorio e sede di batterie di cannoni. Il
“forte” fu distrutto dalle cannonate italiane (e britanniche nel 1918).
Kaberlaba
(monte) Il
monte, diventato un caposaldo di prima linea dopo il maggio 1916, venne
attaccato il 7 giugno dagli austriaci e difeso da reparti del 205º Lambro e del 5º bers.cicl. Una falla
venne tamponata dai ciclisti con perdite gravissime (238 dispersi) che
impediscono agli austriaci di sfondare verso monte Torle. Il giorno successivo
contrattaccava la brigata Piemonte,
senza riuscire a ricacciare gli austriaci insediati vicino alla cima. Nel 1917
nessun combattimento importante coinvolgeva il settore del Kaberlaba, così come
l’anno successivo, quando faceva parte del settore britannico.
Lemerle
(monte) Monte
martoriato nel mese di giugno 1916 e sede di unità inglesi da aprile 1918, ebbe
il battesimo del fuoco il 6 giugno 1916. Davanti a monte Lémerle gli austriaci
schierarono otto btg. (gruppo Greger). L'attacco fu poderoso e colpì mentre la
32ª div. italiana veniva avvicendata dalla 33ª (Liguria e Forlì). Nella
confusione però il Lémerle rimase italiano; 700 gli austriaci morti nel
sanguinoso tentativo di conquistarlo. Il 10 giugno 1916 alle 4.30 di notte gli austriaci ripresero il
bombardamento del Lémerle facendo seguire un secondo attacco del 101º e del 20º
Sch. Il monte cadde difeso strenuamente dai fanti della Forlì e della Piemonte.
Alle 14 i fanti della Forlì ripresero
la vetta contesa (le due brigate italiane lamentano a sera 1260 uomini fuori
combattimento). Infine il 15 giugno 1916 riprese, dalle 6 alle 7, il
violentissimo bombardamento austriaco. L'assalto fu rapido ma infruttuoso
nonostante una nuova crisi sul Lémerle dove un contrattacco della Trapani ristabiliva le precarie linee.
Il 16 giugno la Forlì tentava un contrattacco al Lémerle, quando alle 5.30 riprende
il bombardamento austriaco che sovrastò quello avversario. L'attacco italiano
si bloccava così, prima di partire. Alle 8 gli austriaci attaccarono e
rioccuparono la vetta del Lémerle, contemporaneamente ad un'azione dimostrativa
portata dai bersaglieri dell'8º btg. di marcia coi btg. 24 e 46 del 5º regg.
contro le posizioni avversarie. I bersaglieri rinunciavano a riprendere il
monte dopo aver perduto 180 uomini. Il successivo arretramento del fronte
italiano lasciava il monte in terra di nessuno sino alla riconquista, dopo il
ripiegamento austriaco.
Torna
inizio pagina
Lisser (forte) Opera
corazzata che faceva parte dello sbarramento del Brenta, moderna e dotata di
mitragliatrici in torretta a scomparsa e quattro pezzi in cupola girevole, non
fu disarmata nel 1915. Durante la battaglia delle Melette appoggiò la difesa
italiana del Fior, ma fu ridotto al silenzio l’8 giugno 1916. Nel 1917 fu sede
di batterie di artiglieria. Evacuato nella ritirata di novembre fu rioccupato
dagli assaltatori austriaci prima del crollo del fronte delle Melette.
Longara
(monte) Durante
l’offensiva austriaca del 1916, il monte, senza trincee, era perduto il 30
maggio, nonostante la difesa strenua dei reparti alpini dei battaglioni Monviso e Val Maira.
Il
monte veniva rioccupato dagli italiani della Sassari nelle serata del 25
giugno. Indi veniva attrezzato per diventare il caposaldo principale della
linea di massima resistenza italiana. Il 10 novembre 1917, con la caduta di
Gallio e del Ferragh, una caotica situazione sul Longara, perno della linea
difensiva, fecero temere una puntata austriaca allo sbocco della Val Frenzela.
A sera contrattaccarono il btg. Ma. del V bers. con il XVI btg. d'assalto
riprendendo le trincee orientali di monte Longara. Il giorno 11 un gruppo misto
d’assalto austriaco attaccò alle 20.30 di sera, ma fu respinto. La lotta
continuava da due giornate e, purtroppo, a sera del 12 novembre, la perdita del
Longara fu definitiva, causando la crisi del dispositivo difensivo italiano.
L’attacco concentrico austriaco portato dai regg. 17 e 27 assieme al gruppo
Tschan (Kaiserjäger) ebbe ragione
dell'ultima resistenza di una comp. del Verona,
una comp. del 157º Liguria e del
III/77 Toscana. Tutto si concluse con
la prigionia per 300 italiani.
Lozze (monte) Caposaldo
della linea principale italiana
dell’Ortigara, tra le sedi di comando della Cima delle Saette e della
Campanella, fungeva da ottimo osservatorio dirigendo i tiri di artiglieria. Dal
Lozze si dipartivano i principali camminamenti colleganti le linee avanzate del
vallone di Pozze e dell’Ortigara con le retrovie logistiche.
Magnaboschi
(monte) All’ingresso
della Val Magnaboschi, tra i monti Zovetto e Lemerle a sud di Cesuna, la linea
italiana di giugno 1916 correva in prossimità di una malga alpina: la Casera
Magnaboschi. Il 4 giugno, in piena battaglia tra Cengio e Cesuna, in quel luogo
si apriva un varco che poteva rendere pericolosa una penetrazione austriaca.
L’iniziativa di un battaglione di marcia dei Granatieri e di un battaglione
bersaglieri ciclisti valse ad arrestare l’infiltrazione, grazie ad una energica
resistenza; oggi ricordata da una lapide posta prima del cimitero italiano.
A
sera del 16 giugno 1916 gli austriaci si infiltrarono di nuovo nel punto di
collegamento della brigata Liguria
con la Forlì in Val Magnaboschi,
oltre la Casera. Due comp. della Liguria
erano accerchiate e catturate. I comandi superiori arretravano così la brigata
sul Magnaboschi abbandonando lo Zovetto. Zovetto e Lèmerle rimanevano in terra
di nessuno. Il
fronte bellico si sposterà nuovamente a Cesuna nel 1918. Dietro la Casera
Magnaboschi sarà costituito un centro per truppe di riserva e sanitario inglese
chiamato Handley Cross.
Meletta di
Gallio e monte Zomo La
Meletta di Gallio ricevette il battesimo del fuoco nei primi giorni di giugno
1916. Un attacco austriaco portato dal 27º regg. fanteria stiriano ebbe allora
ragione di avanguardie alpine e di fanteria là schierate. Durante il
ripiegamento italiano di novembre 1917 un attacco notturno austriaco, sulla
Meletta di Gallio, impegnava duramente la brigata Regina che contrattacca vigorosamente, senza poter impedire una
lieve progressione avversaria. Il 15 novembre gli imperiali attaccavano
all'alba la quota 1696 di Meletta Davanti ma il btg. alpini Baldo resistette. Alle 11 un forte
bombardamento scosse lo Zomo. Dopo le 16 si rinnovarono gli attacchi austriaci
creando un varco tra il 9º regg. della Regina
ed il Baldo. Il costone di Meletta
sulla Val Miela fu allora occupato da reparti d'avanguardia austroungarici dei
regg.. Kaiserjäger tirolesi e da
elementi stiriani. Alpini e fanti italiani ripiegarono in Val Miela. Il giorno seguente proseguiva il
bombardamento contro lo Zomo. La linea era tenuta a destra da due comp. del 77º
Toscana con due compagnie
mitraglieri. Al centro, sullo Zomo, stavano 1 comp. del 158º Liguria, altre due del 77º e due comp.
del 157º di rincalzo. L'attacco imperiale allo Zomo scattava alle 19 con un
primo successo, dopo alterne vicende. Il col. Bussi della Liguria condusse il contrattacco con le comp. 2ª e 6ª del 157º
contro i tirolesi del 2º regg. Kaiserjäger.
(200 morti austriaci lasciati sul terreno). Lo Zomo resisteva per quanto in
crisi. Il
17 novembre 1917 gli italiani riconquistavano monte Zomo, cima più volte
contesa, dove per quattro giorno resistettero gli alpini del Cervino. Ma
il giorno 4 dicembre 1917 l'attacco austriaco contro le Melette si svolse
rapido e violento. I presidi italiani della Meletta di Gallio furono i primi a
cadere. Isolati reparti italiani resistettero in Val Miela, sullo Zomo e sulle
pendici della Meletta di Foza sino al 5 dicembre, allo scopo di consentire la
ritirata della 29ª divisione in evidente difficoltà. Poi anche lo Zomo veniva
abbandonato.
Torna
inizio pagina
Melette di
Foza Il
complesso anfiteatro (con la platea rappresentata da malga Lora e le gradinate
dalle cime Badenecche, Tondarecar, Castelgomberto, Torrione, Fior, Spil e
Miela) fu teatro di cruente battaglie tra il 1916 ed il 1917. La prima
battaglia delle Melette ebbe luogo tra il 5 giugno 1916 e l’8 dello stesso
mese, coinvolgendo austriaci dei regg. 27 e bosniaco n. 2 contro i battaglioni
alpini del gruppo Stringa (Morbegno, Monviso, Argentera e Val Maira). Il primo attacco alle Melette
portato dal 27º regg. di Graz era respinto, il 5 giugno, dagli alpini e dai
sardi della Sassari. Il giorno
successivo, con un tempo freddo, piovoso e nebbioso, toccava al 2º regg.
bosniaco attaccare le Melette. L'artiglieria imperiale tuttavia non riescì,
causa la nebbia, a dirigere bene i tiri e l'attacco falliva (203 morti
austriaci sul terreno). Il
7 giugno 1916 i bosniaci avanzarono di nuovo ed alle 20.45 cadeva la vetta più
elevata: monte Fior. Si combattè tutta la notte con gli italiani aggrappati
alla linea Castelgomberto - Miela - Spil. L’8 giugno il fiancheggiante forte
Lisser era ridotto al silenzio. Nel pomeriggio gli stiriani occupavano il monte Castelgomberto con gli italiani
arroccati sul Tondarecar. In quattro giorni di accanita battaglia gli italiani
persero 200 morti, 980 feriti, 527 dispersi mentre gli austriaci 200 morti e
700 feriti. La
seconda grande battaglia delle Melette ebbe i suoi prodromi sin dal 13 novembre
1917 quando sul monte Castelgomberto reparti del 10º regg. italiano
respingevano per la prima volta forti attacchi nemici. Cedeva in
quell’occasione il collegamento con la contigua linea del massiccio, a malga
Slapeur, dove si ritirarono i fanti del III/9º. A
monte Lisser, intanto, gli austriaci avevano occupato le posizioni di vetta
costringendo gli alpini del Baldo e
del Vestone a ritirarsi. Il 14
novembre proseguirono continui i combattimenti sul massiccio delle Melette.
Reparti delle brigate Perugia e Regina resistevano agli assalti
austriaci sui monti Castelgomberto e Fior. Una irruzione austriaca alla
selletta Stringa veniva contenuta da una compagnia del 10º regg. tuttavia la
posizione del Torrione cadeva in mano avversaria. Il
16 novembre 1917 ennesimi attacchi a monte Fior (contrattacco del btg. alpini Cervino che impegnava gli austriaci
costringendoli a rallentare l'avanzata). Vi fu una forte resistenza italiana
(alpini del Dora e Cuneo) a malga Le Fratte nonché sul
Castelgomberto dove 70 austriaci furono fatti prigionieri. Il 18 novembre 1917 il IX btg. d'assalto
italiano riprendeva il Torrione di monte Fior catturandone i difensori. La
difesa tenace italiana sul massiccio delle Melette ora si concentrava sui monti Tondarecar, Badenecche e Fior
battuti da forte fuoco di artiglieria, sino al 1 dicembre. Tale data segnò
l’inizio di un continuo bombardamento austriaco contro le posizioni italiane
delle Melette e del Sisemol. Il 3 dicembre il bombardamento austriaco ora si
intensificava sino a giungere all'efficacia del tiro di demolizione; vi fu pure
un notevole bombardamento con granate a gas. La grande battaglia ebbe inizio il
4 dicembre. Cedettero
in rapida successione i presidi italiani della Meletta di Gallio, del
Tondarecar, del Badenecche, dello Spil e alla fine del Castelgomberto. Tutta la
linea italiana ripiegò disordinatamente, tra il 4 ed il 6 dicembre. Le
perdite del XX e del XXII corpo italiano dei giorni 4 e 5 assommarono a 700
ufficiali, 18000 soldati (di cui 14000 prigionieri) ovvero il 75 % della 29ª
divisione. Perduti anche 81 pezzi, più di 200 mitragliatrici, 400 bombarde,
materiali e depositi di Foza.
Mina della
Botte Il
luogo reca i segni di una grande esplosione (la mina) avvenuta durante il
periodo bellico. La dislocazione dei reparti austriaci nel conflitto (vi stava
il reggimento bosniaco n. 2) suggerisce la possibilità di una esplosione
casuale in un grosso deposito di esplosivi, data la vicinaza di nuemrose
batterie medie e pesanti.
Mosciagh
(monte) L’importante
caposaldo della linea difensiva italiana fu perduto durante l’offensiva
austriaca di maggio. Il 26 maggio pattuglie austriache attaccarono la brigata Catanzaro sul Mosciagh occupandolo alle
7 del mattino (un contrattacco alle 19 per riprendere il Mosciagh falliva nel
panico. Furono numerosi i prigionieri italiani). Contro la vetta si infransero
veementi contrattacchi italiani nel luglio 1916, forieri di gravi lutti e
nessun risultato. Nei
successivi anni di guerra il monte fu importante centro di retrovia immediata e
sede di numerose batterie austriache di artiglieria. Fu attaccato anche nel
giugno 1917, durante le operazioni fiancheggianti la battaglia sull’Ortigara,
senza alcun successo italiano.
Torna
inizio pagina
Museo della
Grande Guerra (Canove di Roana) Il
piccolo museo dell’altopiano è letteralmente stipato di reperti bellici
provenienti dal recupero e da donazioni. In particolare si segnalano i grossi
proietti di artiglieria che batterono l’altopiano durante l’offensiva del 1916
e la collezione di granate. Un altro piccolo ed interessante museo si trova al
sacrario militare di Asiago.
Porta Manazzo Insellatura
posta dietro la vecchia cima confinale (Manderiolo) che era sede di numerose
batterie. Nel maggio del 1916, difesa da un battaglione della brigata Lambro, fu abbandonata nella ritirata
del 22, non senza combattere. Nel pomeriggio del 20 maggio un centinaio di Landesschützen tirolesi al comando del
ten. Enrich si erano arrampicati sulle pendici di Manderiolo sorprendendo alle
spalle il presidio di Manazzo e reparti dislocati a Campo Manderiolo. A sera
ridiscesero a valle senza sfruttare il colpo di mano.
Portule cima e
Bocchetta Cima
Portule (detta dagli austriaci Kempel) e la Bocchetta (piccola sella al termine
della carrareccia di cima Larici) dovevano costituire il punto invalicabile
della linea di resistenza italiana. La Bocchetta era anche sede di una batteria
di cannoni da 120 mm in caverna, trasformata con l’occupazione austriaca, in
una stazione di smistamento idrica. Portule entrava in crisi dopo l’attacco
austriaco di maggio 1916. Il
23 maggio 1916 alle ore 10 una compagnia di Schützen
del gruppo Ellison ed un reparto di alta montagna travolgevano truppe
territoriali su Pòrtule, respingendo anche attacchi dei fanti della brigata Alessandria accorsi a sostegno. Nel
pomeriggio la nuova linea austriaca a Portule era rinforzata da due btg. di Schützen, mentre anche le cannoniere
della Bocchetta sono neutralizzate con la cattura dello stanco presidio, dopo
tre notti insonni. A sera tutta la
linea di Portule era perduta dagli italiani. Il gruppo Gleyeses, inviato a
sostegno dell’importante linea, sceso sfiduciato a valle, trovò un nuovo
contrordine che intimava di risalire a Portule. Vi arriveranno alle 5 di
mattina senza riposare. Alle 23 del 24 maggio cessava ogni speranza italiana di
riprendere la Bocchetta.
Torna
inizio pagina
Rasta (monte) Dopo
la conquista del maggio 1916 gli austriaci attrezzarono il colle prativo come
una piccola ridotta fortificata. Era infatti un importante collegamento tra la
linea imperiale montana e la Val d’Assa. Il monte fu attaccato dagli italiani
nel luglio 1916, durante le operazioni controffensive sull’altopiano, quando
ancora non era diventato un fortino attrezzato. Il 2 luglio 1916 ci fu il primo attacco italiano contro monte Rasta
con gravi perdite e risultati nulli. Il secondo attacco al monte avviene il 10
luglio con inutili bagni di sangue. Solo la brig. Spezia perderà 1364 uomini.
Durante
i successivi anni di guerra il monte sarà oggetto di attacchi diversivi da
parte degli italiani ma resterà sempre in mano austriaca.
Roccolo
Cattagno Importante
centro logistico italiano in Val di Campomulo. Nel 1916 fu sede di un deposito
del genio e di uno per munizioni d’arma portatile, nonché di un magazzino
viveri. Qui fu attrezzato l’ospedaletto campale n. 169, il più avanzato del
settore Ortigara, diretto dalla sezione di sanità n. 28 con sede a Pagarloch.
Dal roccolo fu costruita una strada per autocarri che recava al deposito di
corpo d’armata di Campo Spa, in Marcesina, principale sede di trasporti. Tutto
il settore logistico di Campomulo fu trasferito a sud di Gallio (Campo
Mezzavia), dopo la ritirata di novembre 1917.
Rotondo
(monte) Il
caposaldo della linea di difesa austriaca, attrezzato sin dal luglio 1916,
diverrà famoso per i reiterati assalti della brigata Sassari. Nel 1917 una mina italiana ne scosse le viscere, fatta
brillare per favorire l’attacco del 10 giugno (battaglia dell’Ortigara).
Ortigara Monte
tristemente noto per la grande battaglia del 1917, ebbe il battesimo del fuoco
nel luglio 1916. La prima delle
battaglie risaliva al 6 luglio 1916
quando due colonne alpine attaccarono la vetta rocciosa (a destra verso passo
di Val Caldiera il Sette Comuni, Cenischia, Monviso, a sinistra verso il Campigoletti Argentera, Bassano, Morbegno e
Saccarello). Nessun risultato confortò tale sforzo. Il 22 luglio 1916
iniziava la seconda battaglia dell’Ortigara con l’assalto, alle 14, dei btg. Verona, Sette Comuni, Baldo, Bassano e Morbegno (gruppo Stringa). La terribile
lotta durò tutta la notte. Il giorno dopo, alle 4. 30, riprese l'avanzata degli
alpini che il giorno precedente avevano solo avvicinato le linee avversarie.
L'attacco continuò sino alle 3.30 del 24 luglio senza la conquista del monte.
Gravi furono le perdite italiane: 200 morti, 1200 feriti e 47 dispersi del solo
VIII gruppo alpino. La
grande battaglia del 1917 iniziava alle 5 del mattino del 10 giugno con un
possente bombardamento italiano su tutto il fronte nord dell'altopiano di
Asiago. Le truppe alpine scattarono alle 15 con le punte avanzate della colonna
Di Giorgio (prima ondata btg. Bassano,
Sette Comuni, Baldo, Verona - seconda ondata btg. Clapier, Arroscia, Ellero, Mercantour). La discesa del Vallone
mieteva molte vittime tra gli alpini del Bassano
e del Sette Comuni. Gli alpini del Bassano attaccarono di slancio il passo
dell'Agnella portandosi con una ardita ascesa in roccia sino alle posizioni di
quota 2003. Qui i Feldjäger austriaci
del XX battaglione, schierati a difesa, lottarono accanitamente ma alla fine
furono costretti a cedere. Dalla quota occupata partirono squadre del Baldo all'attacco di quota 2101;
l’attacco era rinforzato da alpini dell'Ellero,
Clapier e dai pochi superstiti del Bassano. La
seconda quota era al fine occupata e gli austriaci del 59º regg. salisburghese
si ritirarono. La cima principale dell'Ortigara, q. 2105, rimase in mano
austriaca, difesa anche dalle riserve del IV/14º regg. di Linz ed al XXIII Feldjäger. A
sud il Mondovì occupava il Corno
della Segala importante caposaldo nella zona del Campigoletti. Rinforzi
ottenuti dal Vestone e dal Ceva permisero di resistere ai
contrattacchi del VII Feldjäger. Il Vestone ed il Bicocca tentarono l'assalto al Costone dei Ponari partendo dal
Vallone dell'Agnellizza; gravissime le perdite tanto che il Vallone fu
ribattezzato "della Morte". L’11 giugno 1917 ci fu la seconda
giornata di tormentati assalti italiani contro quota 2105, preceduti da un
violento bombardamento di artiglieria. Alle 16 si lanciarono all'attacco del
monte gli alpini del Sette Comuni e
del Verona. Sulla destra i decimati
(dall'attraversamento del Vallone allo scoperto) btg. Spluga e Tirano
attaccarono in direzione del passo di Val Caldiera. Attacchi inutili e con
perdite gravi come quelli dell'Arroscia
e del Mercantour contro i Ponari. Due
giorni dopo rimasero infruttosi alcuni contrattacchi austriaci contro le
posizioni perdute di quota 2101. Diversamente, il 15 giugno, gli austriaci
tentarono un attacco più organizzato. L’operazione "Anna", attacco
austriaco di assaltatori, doveva essere portato dal 14º btg. assalto e da
squadre del 17º e del 59º Rainer, per la completa riconquista dell'Ortigara.
Gli italiani (Ellero e Clapier che avevano appena avuto il
cambio da Spluga e Tirano) si difesero con ordine
respingendo il tentativo. Il
17 giugno 1917 toccava agli alpini del Val
Dora attaccare la colletta dell'Ortigara. Una penetrazione nelle prima
linea austriaca venne tuttavia respinta con gravi perdite. Due giorni dopo gli
italiani attaccarono di nuovo la cima. In un attacco contemporaneo (alpini
contro quota 2105 con il Verona ed il
Sette Comuni che occupavano il
pianoro della vetta, mentre lungo il Costone dei Ponari avanzavano Saccarello, Stelvio, Valtellina. Fanteria della Piemonte, sulla destra italiana, con gli
alpini del Dora, Baldo e Bassano
allargarono l'occupazione) il monte fu occupato. Gli
austriaci contrattaccarono il 25 giugno 1917 con un’operazione di assaltatori,
nota come (operazione Wildbach)
condotta da pattuglie d'assalto armate anche con lanciafiamme. Le posizioni
occupate dagli italiani sul massiccio furono tutte riconquistate dagli
austriaci. Il
bilancio dell'offensiva fu fallimentare. La sola 52ª div. alpina italiana
lamentò la perdita, tra morti, feriti e dispersi, di 12.633 soldati. Il 26
giugno 1917 la battaglia continuava con la ricattura di quota 2003 da parte di
70 alpini del Cuneo. Tuttavia il 29
giugno gli alpini furono costretti
anche a sgomberare il passo dell'Agnella dopo un attacco a sorpresa di una
pattuglia di esploratori austriaci.
Torna
inizio pagina
Sacrario
militare del Leiten (ossario) Sorto
sopra il groviglio degli avamposti del 1918, il sacrario militare di Asiago
ospita i resti di circa 20.000 austroungarici e di circa 35.000 italiani, tra
cui 12 medaglie d’oro al valore.
Val Bella
(monte) Il
toponimo comparve per la prima volta nei bollettini di guerra dopo la battaglia
delle Melette del 1917. In quell’occasione gli austriaci avevano costretto le
truppe italiane a ripiegare su una linea del tutto nuova che, prima di scendere
in Val Brenta, si appoggiava alle alture dell’Echar, Valbella, Col del Rosso ed
Ecchele.Il
23 dicembre 1917 le divisioni italiane 57ª e 2ª vennero attaccate da reparti
del III corpo austriaco e del gruppo Kletter. Gli imperiali sfondavano la linea
occupando Valbella e proseguendo oltre monte Melago. La rivincita italiana fu
preparata per gennaio 1918. Il
28 gennaio alle 6.30 inizivaa il tiro di preparazione (a gas in Frenzela e Val
Miela) con il movimento di tre colonne di bersaglieri del 5º regg. Alle 9.30 la
colonna di sinistra (14 btg.) attaccava da Valbella verso Stenfle senza esito.
Appostati alle pendici del monte i bersaglieri di Valbella rimasero in attesa
sino alle 16, quando il 14º bers. Tentò di nuovo l'avanzata. Ancora una volta
respinti essi dovettero ripiegare alle 17. A sera, con il I/158 Liguria di rinforzo, il comando passava
al gen. Piola Caselli. Il 29 gennaio
Piola Caselli ordinò l'attacco a Valbella con tre colonne: a sinistra la
colonna Mozzoni (una comp. del IV assaltatori con il 61 bers. reparti del 14º
btg. bers. e due comp. mitr.), al centro la colonna Besozzi (il 16 rep. ass.
con parte del 66 bers.), a destra la colonna Ricciardi (una comp. del IV ass.,
il 54 bers. e nuclei dei btg. 24 e 72). Tra le 9.30 e le 10 uscirono dalle
trincee i fanti piumati e dopo tre ore di combattimento occuparono la vetta del
monte. Il
presidio italiano del monte dovette respingere attacchi di pattuglie austriache
sino a tutta la prima decade di febbraio. Nel
corso della battaglia di giugno 1918 Valbella fu aggredito, alle 7 del 15
giugno, dagli austriaci del VI cda (18ª div. e 42ª Honvéd). Gli assaltatori
investirono la linea italiana tra cima Valbella e casera Melaghetto, sfondando,
e puntando a sud verso la ridotta di Costalunga. Il
contrattacco italiano inizia il 28 giugno con un tiro di distruzione contro Col
del Rosso e Valbella. Il giorno seguente, alle
5.30, un gruppo formato da un btg. del 9º fanteria Regina, una comp. di bersaglieri e due della Legione ceca
attaccarono Valbella, prendendolo d’impeto. In tutta l’operazione l’Austria
perse circa 2000 prigionieri, 51 mitraglie e 4 cannoni mentre gli italiani
soltanto 552 soldati di cui 82 cecoslovacchi.
Val d’Assa La
principale via di comunicazione italiana tra Asiago ed il confine di stato fu
utilizzata dall’esercito sabaudo sino a maggio 1916, data in cui fu occupata
dagli austriaci. Lungo il suo snodarsi tra i boschi esistevano punti di
riferimento di notevole importanza, sedi di comandi e di servizi. In alto, al
confine di stato, l’osteria del Termine, era centro operativo della 34ª div.
italiana , in mezzo l’osteria del Ghertele, era sede operativa di controllo per
la linea di Portule (fu il punto di concentramento dei primi rinforzi italiani
dopo il 20 maggio 1916), in basso la Tagliata di Val d’Assa, era un’antica
fortezza a sbarramento stradale dotata di cannoni. Essa fu fatta saltare dai
genieri italiani nella ritirata del 1916 e definitivamente distrutta dagli
austriaci, cui le sue macerie avevano rallentato l’avanzata.
Torna
inizio pagina
Val Galmarara Dopo
il maggio 1916 divenne il maggior centro logistico e sanitario austriaco,
servendo tutte le truppe di stanza tra il monte Forno ed l’Interrotto. La
strada (una delle poche esistenti all’epoca) fu il catalizzatore per la nascita
di un piccolo villaggio di retrovia, collegato al centro più importante di
Camporovere e Vezzena (strutture cui faceva capo anche l’insediamento di Campo
Gallina).
Verena (monte
e forte) Il
monte era un importante centro per batterie di artiglieria, il cui tiro era
diretto contro il fronte di Vezzena. L’omonimo forte, armato con quattro cupole
girevoli e temuto dagli austriaci, venne messo fuori combattimento da un
pesante colpo di granata, il 12 giugno 1915, che causava la morte di 44
artiglieri. L’evento determinava l’ordine del comando italiano del 2 di luglio
1915, che stabiliva il disarmo dei forti situati nel campo di tiro austriaco.
Il forte (ed il monte) fu occupato dalle truppe austriache il 22 maggio 1916,
tra pirotecnici festeggiamenti fatti con l’uso di traccianti luminosi.
Verle (forte) Era
parte della cintura di ferro austroungarica ed armato con quattro obici da 100
mm montati in cupola corazzata girevole. Sconvolto dai colpi italiani, nei
primi mesi di guerra, fu sempre riattato grazie al lavoro del proprio
personale. La vita di guerra nel forte, tra maggio e giugno 1915, ci è stata
tramandata nel racconto di Fritz Weber, uno degli ufficiali austriaci presenti
all’epoca.
Zebio (monte) Lo
Zebio, grazie alla sua posizione centrale nella linea austriaca acquisita dopo
il maggio 1916, fu un caposaldo importantissimo. Per tale motivo venne
attrezzato alla difesa con sistemi sotterranei di gallerie e caverne ricovero.
Occupato dagli austriaci il 29 maggio del 1916, dopo il ritiro della brigata Catanzaro, il monte fu attrezzato alla
difesa nel mese di giugno. Il 27 del mese, infatti, già le prime avanguardie
italiane ne attaccarono le linee ancora precarie. Gli italiani persero
moltissimi uomini nel tentativo di riprendere il monte, nel corso delle battaglie
di luglio. Tutti gli attacchi delle brigate Sassari
e Piacenza, nel suo settore sud,
ebbero esiti infelici se si eccettua l’occupazione del pianoro semicircolare,
posto sotto la quota di guerra (ex casera Zebio), avvenuta il 6 luglio 1916. Il
mantenimento di una posizione così avanzata doveva costare molte vite umane e
portare a scarsi vantaggi. Nella notte del 6 agosto gli austriaci fecero
brillare una mina con lo scopo di riprendere il terreno perduto un mese prima.
Il loro attacco falliva. Si combatté per tutto agosto, anche con gas
asfissianti, con grave logorio delle truppe della Sassari.
In
settembre un rinnovato assalto austriaco era respinto dai fanti della Perugia, mentre in ottobre gli italiani
riuscivano a prendere la sua quota 1603 (detta Lunetta). La posizione verrà poi
abbandonata, in seguito a contrattacchi austriaci, rimanendo “terra di
nessuno”.L’8
giugno 1917 scoppiava alle 17.30 una mina italiana accesasi intempestivamente,
forse per un fulmine, durante un temporale. 120 soldati italiani persero la
vita vicino alla posizione citata (Lunetta di monte Zebio). Lo scoppio doveva
avvenire prima dell’attacco previsto in occasione dell’inizio della battaglia
dell’Ortigara, che iniziava il 10 giugno 1917. Sullo
Zebio reparti della Pesaro (I/239) si
lanciarono contro casera Zebio Pastorile, altri della Catania (I e II/145 in quattro attacchi alle 15.20 e 16.30, 20.15 e
21) contro la cima del monte, altri della Veneto
(I/255 e poi II/255) contro quota 1603. Tutti furono respinti dalle
mitragliatrici austriache. Il 19 giugno, durante la seconda ondata d’assalto,
vi furono gravi perdite italiane e la sola 13ª div. perse 1636 effettivi in
vani attacchi contro monte Zebio.
Torna
inizio pagina
Zingarella
(monte) Il
monte che domina la Val Galmarara non fu quasi mai investito direttamente dagli
attacchi di fanteria. Dopo l’occupazione austriaca avvenuta nel maggio 1916 fu
attrezzato per la difesa della linea invernale e protetto dai capisaldi
laterali di monte Forno, Zebio e di monte Colombara, con i quali divise tutti i
combattimenti del 1916 e del 1917. Fu
sede importante di centri di comunicazione e di depositi, poiché era difficile
da attaccare data la natura impervia del suo terreno. Nonostante tutto,
numerose brigate italiane (Perugia -
Acqui - Benevento - Catania) tentarono di occuparlo, con perdite gravissime
sia nel luglio 1916 sia nel giugno 1917.
Zovetto
(monte) Il
monte, investito dall’offensiva austriaca del 1916, fu preparato alla difesa
dal 29 maggio 1916. Nei primi giorni di giugno le sue linee furono importanti
punti di tenuta per tutte le scaramucce che si sviluppavano di fronte (sul
Busibollo) e di fianco (sul Lemerle). Il
15 giugno 1916, dalle 6 alle 7 del mattino il monte prativo fu scosso da un
violentissimo bombardamento austriaco. L'assalto austriaco colpì rapidamente ma
la tenace resistenza della Liguria ne
salvò le sorti. Il giorno seguente riprendeva il forte bombardamento austriaco.
Alle 10 un primo attacco imperiale venne respinto dalla Liguria. Seguì alle 13.30 il secondo attacco austriaco, di nuovo
respinto dalla stessa brigata. A
sera gli austriaci si infiltrarono nel punto di collegamento della Liguria con la Forlì in Val Magnaboschi. Due compagnie della Liguria furono accerchiate e catturate, costringendo i comandi ad
arretrare la brigata sul Magnaboschi, abbandonando lo Zovetto. Il monte,
rimasto in terra di nessuno verrà occupato dagli austriaci il 18 giugno. Di lì
gli imperiali tentarono un nuovo attacco, respinti sino a notte inoltrate da
truppe della brig. Padova. Il 24
giugno gli austriaci si ritirarono sullo nuove linee e lo Zovetto fu rioccupato
dagli italiani. Nel
1918 il monte fu importante elemento di collegamento tra il settore inglese ed
quello del Cengio, senza mai essere investito da attacchi diretti austriaci.
Fonti Archivio Ufficio Storico
Stato Maggiore Esercito (AUSSME),
fondo E1 racc. 11 - fondo E2 racc. 50 Museo italiano della guerra
di Rovereto (Tn) K.u.K. Infanterie Regiment
nr. 17, 1914 - 1918, band
II, Italienischer Kriegsschauplatz (dattiloscritto inedito) H.M.S.O Official history of
the war, Sir. James E.
Edmonds and al., Military operations
Italy 1915-1919, London, H.M.S.O. 1949 K.u.K. Generalstab, Allgemeine
Übersicht der Befestigungen Oberitaliens (Österreichische Front und
Venedig), Wien 1911 Ministero della Guerra,
Ufficio Storico, L'Esercito italiano nella Grande Guerra
(1915-1918), vol. II (operazioni del 1915) vol. III (operazioni gennaio-giugno
1916) - documenti e narrazione, Roma, Libreria dello Stato 1929 Österreichischen
Kriegsarchiv hrsgbn. vom,
Österreich-Ungarn Letzter Krieg 1914-1918,
Wien, Verlag der Militärwissenschaftlichen Mitteilungen 1930-38 band I-VII
(relazione ufficiale austriaca nota con sigla ÖULK) S.H.A.T. Les
Armées Françaises dans la Grande Guerre, tomes VI e VII, Paris, Imprimerie
Nationale, 1935
|
Longara
(monte) Lozze (monte) Magnaboschi
(monte) Meletta di
Gallio e monte Zomo Melette di
Foza Mina della
Botte Mosciagh
(monte) Museo della
Grande Guerra (Canove di Roana) Porta Manazzo Portule cima e
Bocchetta Rasta (monte) Roccolo
Cattagno Rotondo
(monte) Ortigara Sacrario
militare del Leiten (ossario) Val Bella
(monte) Val d’Assa Val Galmarara Verena (monte
e forte) Verle (forte) Zebio (monte) Zingarella
(monte) Zovetto
(monte)
|