Fotografi
soldati e soldati fotografi
Nonostante una comune opinione che reputa la
diffusione dell'arte fotografica un evento recente, tale "passione"
risale, almeno come fenomeno di massa, a quasi un secolo fa. Infatti
molte tecnologie moderne erano già disponibili nel tardo
ottocento, sia pure in forma rudimentale e molti brevetti innovativi,
inerenti la fotografia, furono congelati e depositati molti anni
prima di essere commercializzati. (es. la pellicola tipo Polaroid
è un brevetto AGFA del 1928). Verso la fine del secolo
ottocentesco la fotografia utilizzava la tecnica del bianco-nero.
Una particolare sensibilità artistica, legata alla cultura
dell'epoca che rifiutava la rappresentazione realistica della realtà,
induceva i fotografi professionisti, i gestori degli ateliers, ad
utilizzare tecniche che "truccavano" la foto. Viraggi
speciali, filtri ed effetti speciali dovevano rendere la foto simile
ad un quadro impressionista. Tale modalità espressiva andava
sotto il nome di "Pittorialismo". Il colore, benché
tecnica disponibile, era poco diffuso poiché di complicata
esecuzione. Nel 1858 primi esperimenti a colori utilizzarono la
zincografia su cliché, impressionando i materiali grazie
a filtri colorati, progredendo poi sino al 1906 quando la società
Lumiere brevettava la prima lastra Autochrome (essa poteva essere
impressionata a colori senza il ricorso a lastre separate per il
giallo, il magenta ed il blu). Il bianco-nero si sviluppava
grazie agli apparecchi a treppiede che utilizzavano lastre ad emulsione
colloidale (Vogel 1873). Tale tecnologia consentì il proliferare
di studi fotografici particolarmente versati all'esecuzione del
ritratto, il genere d'immagine più popolare. Lo sviluppo
di massa della fotografia originava, tuttavia, dall'impiego sempre
più costante delle immagini nei mass-media dell'epoca: i
giornali illustrati. Nel 1880 il Daily Graphic presentò al
pubblico il primo giornale in cui erano riprodotte foto con tecnica
Halftone (mezzotono, in cui i grigi erano ottenuti grazie a puntini
neri più o meno fitti). Soltanto dieci anni dopo si riuscì
ad utilizzare i cliché fotografici direttamente per la stampa
dei giornali illustrati. Tuttavia il vero salto di qualità
nei materiali avvenne quando la lastra in vetro secca, coperta di
bromuro d'argento e gelatina, venne affiancata (Eastman 1889) dalla
carta negativa Kodak. I nuovi costi ridotti potevano originare una
diffusione di massa. Il primo tentativo di commercializzazione
massiva di apparati fotografici fu un fallimento. Prototipi di macchine
portatili a scatto, definite "Detectives", furono immesse
sul mercato, ma la scarsa qualità degli obiettivi qualificò
tale operazione come una vera truffa. Nello stesso anno in cui la
Kodak brevettava la pellicola negativa, però, a Jena, la
Carl Zeiss brevettava obiettivi anastigmatici, migliore garanzia
per la nitidezza delle immagini riprodotte. In seguito al miglioramento
delle ottiche si ritentò nuovamente la commercializzazione
di massa degli apparecchi portatili, tra il 1895 ed il nuovo secolo.
La VEST POCKET KODAK Nel 1895, il brillante Eastman, brevettò
le prime vere macchine portatili a soffietto, denominate Vest Pocket
Kodak, definite dalla pubblicità in Italia come le pocket
dell'Alpino. Tali apparecchi utilizzavano pellicole Kodak 4 1\2
x 6 di celluloide di costo assai limitato. Tre anni dopo Bausch
brevettava un diaframma centrale a lamelle, finalmente realizzando
l'obiettivo di ottenere immagini di buona qualità a prezzi
accessibili. Il mercato di massa era ufficialmente aperto. Gli
apparecchi "a piede" rimasero confinati agli ateliers
o utilizzati dai fotografi di professione ambulanti. Nei primi anni
del '900, escludendo per l'appunto i numerosi fotografi di professione
e gli ambulanti, non si poteva ancora dire che l'hobby fosse molto
diffuso, almeno in Italia. La Pocket camera era soprattutto "di
moda" tra i ceti aristocratico-borghesi, legati alle realtà
industriali del nord. Fu l'anno 1910 a diffondere definitivamente
la Pocket camera a scatto, con un ulteriore abbattimento dei prezzi.
Gli studi professionali, dediti al ritratto, entrarono in crisi.
(numerosi fotografi professionisti passarono al nuovo mito della
Belle Epoque: il cinematografo). Constatare chi, allo scoppio
della Grande Guerra, poteva permettersi una macchina fotografica
personale è semplice. Considerando che il salario medio di
un operaio nel 1914 era di circa 3,90 lire al giorno (circa 12.000
lire attuali) e che il salario di un tecnico poteva raggiungere
le 9 - 10 lire giornaliere (circa 30 - 35.000 attuali), considerando
che il prezzo della Camera pocket era di 40 lire (circa 120.000
di oggi - ben 69 lire con obiettivo anastigmatico), è chiaro
come un operaio dovesse investire 10 giornate di salario per pagarsi
la camera, senza contare il costo dei rullini e dello sviluppo.
Per tale motivo la fotografia diventò un hobby borghese e,
in guerra, riservato agli ufficiali. Accadde a molti fotografi
di professione di essere ingaggiati dall'esercito nelle sezioni
fotografiche, per una documentazione soprattutto propagandistica
e topografica. Così i veri testimoni della guerra furono
ufficiali (e rari soldati) muniti di Pocket camera. In guerra
Una cosa che incuriosisce chi studia gli "affari" militari
dell'epoca è una rilassata censura militare sul materiale
fotografico, quasi a voler intendere la foto come materia più
artistica che documentale. Al di là di generici ed energici
inviti a non fotografare le prime linee, materiali militari e quant'altro,
onde non incorrere nell'insidia dello spionaggio, le autorità
militari davano, in definitiva, ampie possibilità all'uso
personale del mezzo e concedevano facilmente relative autorizzazione.
Così si giustifica la presenza di numerosi archivi privati
che, ancor oggi, si possono trovare nelle soffitte di case appartenute
ad ex combattenti. La "censura" del soldato fotografo
sul campo non era soltanto ufficiale. Pesante motivazione era la
paura di punizioni militari per la diffusione di foto troppo realistiche
che potessero suscitare accuse di disfattismo. "Ti mando qualche
altra fotografia ... ne avrei molte altre belle da mandarti, ma
sono pericolose." Scriveva un ufficiale alla famiglia. A questa
si sommava una sorta di autocensura psicologica, personale, tesa
a non destare ansie nelle famiglie lontane dal fronte, inviando
immagini di stenti o di morte. La censura militare era molto
decisa e fiscale nel bocciare immagini di materiali militari danneggiati,
mentre indulgeva sulle foto dei caduti sul campo, alcune orripilanti.
Molte immagini erano censurate, inoltre, (anche foto ufficiali)
per la loro scarsa nitidezza o per il soggetto non particolarmente
marziale. La sensibilità del soldato fotografo era l'unica
garanzia per un'immagine che si staccasse dagli stereotipi del ritratto
o del paesaggio, profondamente radicati nella cultura popolare dell'epoca
(tra l'altro amplificati dalla propaganda dei giornali illustrati).
Un rullino costava circa 4000 lire odierne (lire 1,25 per 8 pose),
costo ai più accessibile, anche se non era facile reperirne
nelle città a ridosso del fronte. Molti soldati fotografi
sviluppavano il materiale da soli in laboratori improvvisati nelle
retrovie, come attesta il contenuto dello zainetto di un ufficiale
di artiglieria, esperto fotoamatore: 1 portafogli con relative lire
150 - 2 album per fotografie - 1 scatola puntine - carte e foto
- 1 lanterna rossa per fotografia - 3 bacinelle - 2 torchietti -
12 pacch. carte al bromuro Kodak 50 negative già
fatte - carta al solio,tubetti di sviluppo,viraggio, fissaggio, rinforzatori,35
ingrandimenti di fotografie, 30 fotografie id. 9 x 12, 100 fotografie
id. di piccolo formato, 12 rotoli di pellicola Kodak 4 x 4 1/2 24
pacchi di lastre 4 1/2 x 6 . La diffusione
dell'hobby fotografico viene attestato anche dalla cura con cui
i soldati reporter spesso annotavano le pose su fogli estemporanei.
Ogni immagine era corredata da commenti inerenti esposizione, diaframma
e condizioni di luminosità. I soggetti erano quasi sempre
ritratti di gruppo (non mancavano infatti i "piaceri"
fatti ai commilitoni sprovvisti di camera a scatto che volevano
inviare una foto a casa), paesaggi e immagini di lavori di retrovia.
Non era infatti consentito fotografare in prima linea, se non si
possedevano speciali lasciapassare. Quante foto di guerra furono
scattate tra il 1915 ed il 1918 e quante di queste rimangono disponibili
oggi? Difficile è il computo a causa la dispersione degli
archivi privati, molti dei quali ancora non catalogati da enti cui
furono affidati, altri ancora sepolti in soffitta. Proprio in questi
archivi privati giacciono spesso i soggetti più interessanti,
sfuggiti alle forbici della censura, custoditi dai militari in scatole
di latta e mai inviate alla famiglia lontana. Sappiamo comunque
che in Italia, nel 1918, v'erano circa 600 fotografi militari ufficiali
che archiviarono un totale di quasi 150.000 negativi, circa 10.000
lastre formato 13x18 e 70.000 stampe 13 x 18. Conosciamo anche la
disponibilità di diapositive da utilizzare per conferenze
e scuole militari. Non conosciamo però l'ammontare dell'iconografia
privata, della quale una parte cospicua fu perduta dagli eredi dei
combattenti per scarsa sensibilità.
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