Per gli eserciti le "inchieste" rappresentano
in pace e soprattutto in guerra un fatto abbastanza frequente, di
solito conseguente ad eventi bellici negativi, ma anche quando vi
siano sospetti di irregolarità di funzionamento o amministrative.
Probabilmente la più famosa inchiesta dell'esercito è
quella riguardante i fatti di Caporetto, ma occorre subito precisare
che si è trattato di una inchiesta parlamentare, promossa
cioè da un organo politico davanti a tutto il paese, al quale
voleva dare una risposta sulle responsabilità del disastro
che aveva colpito l'Italia nell'autunno del 1917. Per restare in
questa categoria, meno famosa ma ben più dirompente sarebbe
stata l'inchiesta dell'immediato dopoguerra sulle spese di guerra,
tendente a punire gli illeciti arricchimenti dei cosiddetti "pescicani"
ma che non approdò a nulla, perché azzerata immediatamente
dopo la formazione del governo Mussolini. Ciò nonostante
i tre volumi della relazione finale rimangono una lettura sorprendente
per i fatti gravissimi che aveva portato alla luce. Queste sono
però inchieste il cui scopo era fondamentalmente quello di
dare risposte all'opinione pubblica, magari colpendo più
avversari politici che non accertando le responsabilità nella
loro interezza. In comune con le altre inchieste interne dell'esercito
(ma anche della Marina, come per esempio quella sulla perdita della
Leonardo Da Vinci) queste inchieste hanno una vasta produzione di
materiale documentario per arrivare alle conclusioni, che potranno
essere condivise oppure no, ma che consentono oggi al ricercatore
di esaminare i risvolti meno oleografici ma anche più interessanti
dei retroscena della guerra. Diverse invece le inchieste interne
all'esercito (e alla marina) susseguenti insuccessi davanti al nemico
e gravi reati interni, fatti persino originato una categoria di
indicizzazione nelle carte del Comando supremo custodite nell'archivio
dell'Ufficio storico dello Stato maggiore esercito. Si tratta di
inchieste su ammutinamenti, diserzioni, rovesci militari, disordini,
incidenti. Presso ogni tribunale militare vi era una commissione
di inchiesta che stando al codice di procedura penale in pace e
in guerra era composta di "un uffiziale superiore presidente
e di due capitani", più altri due in veste di supplenti
(art. 300), i quali erano scelti "tra gli uffiziali in servizio
effettivo". Le grosse inchieste Cadorna le affidava all'apposito
Riparto disciplina avanzamenti e giustizia del Comando supremo,
comandato dal tenente generale Giuseppe Della Noce dallo scoppio
della guerra fino al 20 marzo 1918. A quella data il reparto fu
rinominato Ufficio giustizia e affidato al tenente colonnello Giuseppe
Silvestri fino al febbraio 1919. Tra le numerose inchieste che
figurano nell'indice del Comando supremo ve ne sono molte che riguardano
abbandoni di posizioni o che hanno per oggetto sistemazioni difensive
che non hanno resistito alla prova. Tra queste inchieste quella
relativa agli avvenimenti occorsi nel corso dell'offensiva austro-ungarica
dal Trentino nella primavera 1916 occupano un posto di assoluto
rilievo e vanno a confluire in una più grande inchiesta affidata
al generale Guglielmo Pecori Giraldi, comandante la 1ª armata
da pochi giorni quando l'offensiva avversaria si scatenò.
Queste inchieste furono ovviamente passate sotto silenzio negli
anni del regime fascista e anche successivamente ebbero poco rilievo
nella pubblicistica. Oggi costituiscono per il ricercatore una fonte
inesauribile di studio per comprendere come funzionasse l'esercito
italiano nella Grande Guerra. Sono a maggior ragione di grande valore,
data la scarsità di letteratura critica, le corrispondenti
documentazioni austriache sugli eventi negativi in cui l'esercito
della Duplice monarchia incorse, come ad esempio la fallita offensiva
del giugno 1918 sul Piave e sugli Altipiani, studiata da Peter Fiala
sulla base delle inchieste austriache dell'epoca. Il documento austriaco
qui utilizzato non è una parte di una inchiesta, bensì
una relazione come tante ne fecero i comandanti austro-ungarici
alla fine della guerra per facilitare il compito dell'Ufficio storico
dello Stato maggiore austriaco nello scrivere la storia dell'ultima
guerra della Monarchia. ma è rivelatore di come la propaganda
avesse fatto pesantemente ingresso nella conduzione delle guerra
già allora, una delle armi necessarie per fare in modo che
i soldati continuassero a combattere seguendo l'esempio degli eroi
- come Mlaker - una guerra interminabile contro un nemico che possibilmente
andava odiato.
Prefazione al volume "La cattura di Forte
Ratti - bugie e verità" Ed. Rossato
- Valdagno
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