Alpini in divisa grigia

la difesa austriaca del fronte tirolese nei primi mesi di guerra

L'Evidenzbureau dello Stato maggiore austroungarico temeva già dal 20 settembre 1914 la possibilità di un colpo di mano italiano in Tirolo. Tale azione si pensava potesse essere condotta da "Bande di Garibaldini" appoggiate  da truppe regolari. L'inverno rigido e informazioni più dettagliate, tuttavia, fecero presto comprendere che il pericolo temuto poteva dirsi scongiurato, grazie soprattutto alle avverse condizioni del terreno montano.
L'Austria aveva disposto a "guardia" del Tirolo circa 65 battaglioni (dei quali 44 appartenevano al corpo dei Tiratori tirolesi, gli Standsschützen). Questi tiratori, uomini rigorosamente nati in Tirolo, erano una Milizia scelta volontaria, arruolata tra i riservisti e tra i giovani in età antecedente al periodo della leva. Le formazioni volontarie del Tirolo parteciparono al completo al conflitto mondiale. Da un vecchio concordato cinquecentesco, infatti, il Tirolo vantava il privilegio di poter essere difeso da truppe locali, reclutate tra la popolazione autoctona. Questa "Guardia Civile" ante-litteram era definita -Stands (del posto, locali) -Schützen (bersaglieri). Comprendeva giovanissimi volontari tra i quindici ed i diciannove anni, quelli che il governo periodicamente chiamava alle esercitazioni pre-militari, ed anziani di età compresa tra i 45 ed i 70 anni. Le età intermedie potevano volontariamente entrare nei bersaglieri soltanto se non idonei al servizio militare (nel caso di idoneità erano comunque in servizio - Dienstpflicht - e arruolabili al bisogno). L'attività degli Schützen si svolgeva prevalentemente presso i locali Circoli di tiro a segno.
Poiché i volontari potevano essere mobilitati solamente in caso di aggressione al territorio tirolese, il loro ingresso in guerra iniziava ufficialmente nel maggio 1915, quando l'Italia si apprestava ad attaccare l'Austria sul confine trentino-ladino. In realtà gli Standsschützen giravano lungo il futuro fronte già dal 1914, per sorvegliare, controllare, eseguire lavori; si diffidava di un alleato come quello italiano. Vennero armati con fucili Mannlicher, ove possibile, ma nella maggioranza dei casi andarono al fronte con vecchie carabine Werndl e Mauser tedeschi, forniti dagli alleati.
19380 uomini vennero inquadrati in 47 battaglioni di 400-500 soldati, portanti nomi di località tirolesi, così come le compagnie che li formavano, dodici delle quali furono inizialmente autonome. Sei battaglioni appartenevano al cosiddetto Tirolo italiano (Trentino o Welschtirol). All'inizio combatterono e lavorarono, poi vennero avviati a centri di addestramento dove i quadri vennero ridotti, autorizzando soltanto gli uomini validi o non troppo malati. Tale disposizione riguardò tutte le formazioni di volontari dell'Austria-Ungheria. Così i battaglioni risultanti furono formati da meno effettivi (250-300 uomini) ed in numero minore rispetto a quello iniziale. Nonostante uniformi ed equipaggiamenti non del tutto regolamentari, erano soldati ben addestrati e soprattutto motivati a difendere il proprio territorio. Gli Standsschützen potevano essere definiti a buon diritto "soldati alpini" perché addestrati a combattere nel Tirolo.
In effetti l'Austria possedeva comunque alcune unità regolari tirolesi, che meritavano il titolo militare di Alpini. Tra queste citiamo per primi i Kaiserjäger, in guerra dal 1914 sul fronte galiziano, appartenenti ai ranghi dell'Esercito comune all'Austria ed all'Ungheria; non originariamente truppa da montagna, ma unità equipaggiate per la difesa in quota. Reparti Kaiserjäger del reggimento di Bolzano e di quello di Rovereto, furono impiegati sul fronte cadorino nei primi mesi del 1916, assistendo tra l'altro alla devastante esplosione della mina del Col di Lana. I Kaiserjäger di Riva e Bregenz, invece, presero direttamente contatto con l'asprezza dolomitica sin dai primi mesi di guerra. Il III battaglione del IV regg., prontamente impiegato a difesa del monte Piana, fu protagonista di epiche lotte in luglio ed agosto 1915. Tutto il reggimento poi, dopo il ritiro del contingente tedesco, trascorse l'inverno tra il 1915 ed il 1916, sulle posizioni che andavano dal Pordoi sino alla Marmolada. Un'altra unità speciale che si trovò a combattere sulla Marmolada fu la compagnia da montagna Kaiserjäger Streif n. 3 del tenente Samen. Da luglio 1916 all'estate 1917 presidiò la linea S di Serrauta ed il Costabella. A fine guerra venne "promossa" al rango di compagnia d'alta montagna.
I "veri" alpini austroungarici, tuttavia, appartenevano ai ranghi dell'esercito nazionale austriaco Landwehr  (erano soldati detti comunemente Schützen per differenziarli dai militari dell'esercito nazionale ungherese detto Honvéd). L'Austria disponeva di tre reggimenti di Landesschützen per difendere il Tirolo e di due reggimenti di alpini (Gebirgschützen), uno carinziano ed uno sloveno. Sul fronte della Marmolada doveva distinguersi il I battaglione del III Landesschützen. Combattendo sul ghiacciaio (e sulla linea Marmolada - Costabella - Contrin - Gardinal) dal 1916 sino all'offensiva di Caporetto, meritò il soprannome di Marmolata Bataillon. L'assegnazione delle truppe agli eserciti nazionali avveniva per sorteggio, una operazione temuta dai coscritti che sicuramente prediligevano l'impiego nelle Landwehr rispetto a quello più pesante della Wehrmacht comune, soprattutto quando questo coincideva con periodi di leva più lunghi. La memorialistica trentina riferisce spesso sull'attesa dei giovani nel momento in cui "i cavava le bale", cioè quando si estraevano le palline col numero sorteggiato.
La maggioranza delle unità regolari, che, nel 1915, l'impero asburgico poteva schierare ai confini con il Regno d'Italia, appartenevano ai distaccamenti ed ai centri di addestramento reclute Landesschützen, ivi compresa la curiosa cavalleria da montagna (Reitende Schützen), oltre che ai ranghi dei citati Tiratori (o bersaglieri) tirolesi Standsschützen.
La crisi di personale, intervenuta a causa della dichiarazione di guerra italiana ed alle gravi perdite subite sino al marzo 1915, venne risolta integrando le unità tirolesi con soldati stiriani e della Bassa Austria. Il Tirolo era anche difeso da molti reparti di presidio alle fortezze permanenti (artiglieria da fortezza), in media 250 uomini per fortezza, e dall'artiglieria dei forti corazzati. Oltre a quei cannoni fissi, ed in aggiunta a quelli delle brigate impiegate, gli austriaci disposero l'impiego di 31 batterie di artiglieria appartenenti ai presidi delle fortezze di Trento e Riva.

La grande paura iniziale

Il timore, rivelatosi poi eccessivo, di dover fronteggiare una decisa avanzata italiana costrinse i comandi imperiali ad accelerare la difesa del fronte schierando tutto quanto era possibile ed appoggiando la prima linea ai capisaldi corazzati delle fortezze. Il Tirolo venne diviso in cinque Rayon, a loro volta suddivisi in settori di fronte e sottosettori. Le Dolomiti gravitarono nei due Rayon IV (dalla val di Fiemme sino al Sass di Mezdì) e Rayon V (dal Padon sino alle sorgenti del Piave). Per rinforzare questi vasti territori si impiegarono le brigate da montagna, unità autonome particolari, alcune delle quali avevano combattuto nei Balcani. Il Comelico ed il settore cortinese (V Rayon) presentava ostacoli naturali tali da non far presumere la possibilità di assalti italiani in grande stile. Ad esso furono assegnate le brigate da montagna n. 51 e n. 56. In giugno, per il timore di perdere la ferrovia di val Pusteria, le due brigate furono assemblate in un comando divisionale unico e rinforzate da truppa bavarese a sud.
La nuova unità, nata sul campo di battaglia, si chiamò divisione Pustertal e fu assegnata al comando dell'esperto feldmaresciallo Ludwig Goiginger. Considerando che il nucleo militare della divisione era rappresentato dai decimi battaglioni di marcia (decimi perché formati nel decimo mese di guerra) di alcuni noti reggimenti, ovvero da reclute addestrate in fretta al fronte, la situazione difensiva appariva, ai comandi austriaci, molto complessa. (In guerra, le reclute ed i richiamati affluivano ai propri circoli dove ogni reggimento aveva un Kader, ovvero un reparto addestrativo, situato presso un deposito reggimentale in cui le reclute ricevevano vestiario, armamento e le prime sommarie istruzioni di guerra. Dal deposito, dove erano inquadrati in compagnie Ersatz, dopo una decina di giorni di istruzione, i futuri soldati, affiancati dai convalescenti reintegrati e da complementi già istruiti, passavano ai battaglioni addestrativi veri e propri detti anche Marschbataillone, battaglioni di marcia, unità di complementi già quasi pronte all'impiego).
Era addirittura impossibile cercare di difendere il tratto di fronte del settore Fiemme (Rayon IV) tanto che fu necessario prendere posizione su una linea precaria, appoggiata a sud sulle difese della Valsugana, assai arretrate rispetto al confine tirolese-vicentino. La brigata da montagna n. 55 del colonnello Von Concini fu chiamata a difendere la dorsale montana da Cavalese a Predazzo, con le importanti vette del Montalon, Cauriol, Busa Alta e cima di Cece, sin oltre il forte Paneveggio, contando su due battaglioni e mezzo di riservisti e su tre balde unità e mezza di bersaglieri tirolesi. Il tratto da Lusia sino al passo Fedaja, comprendente le vette di Costabella, Ombert e tutta la Marmolada, fu affidato all'ultima brigata operativa disponibile, la brigata di riservisti Schiessler, vale a dire la 179ª Landsturm formata da tre battaglioni di fanteria (uno dei quali era il X di marcia del 2º regg. Kaiserjäger) e tre e mezzo di Standsschützen. Per comprendere il reale valore dei riservisti austriaci è necessaria una breve digressione che illustri il sistema di reclutamento austriaco in guerra.
Nei tre eserciti asburgici (la Wehrmacht comune, la Honvéd magiara e la Landwehr austriaca) gli idonei di I categoria (sani e robusti) che avevano espletato il servizio erano assegnati, dal 24º anno di età sino al 32º, alla Riserva (Reserve) ed erano richiamabili in caso di guerra, rimanendo nei ranghi dei corpi in cui avevano prestato servizio (E.C. o una della Landwehr). Dal 33º anno al 42º (in guerra anche oltre) erano assegnati alla milizia territoriale Landsturm (divisa in 2 bandi, il primo da 33 anni a 37 anni, il secondo da 38 a 42 anni). In caso di guerra il servizio militare (Wehrpflicht) poteva essere esteso dai 17 anni ai 50 anni di età. Tutti gli appartenenti alla Reserve ed alla Landsturm venivano periodicamente richiamati per istruzione. I soldati della Landsturm erano pertanto assimilabili alle forze della Milizia mobile italiana (in pratica metà dell'esercito del 1915) e non ai territoriali.
Diversamente gli idonei di II-III categoria (esuberi), gli esonerati per motivi non fisici (ecclesiastici, insegnanti, possessori di beni rurali, sostegni di famiglia ecc.) passavano nei quadri di complemento (Ersatz-Reserve o semplicemente Ersatz, anch'essi richiamati periodicamente per addestrarsi e arruolati in guerra.
Gli idonei di IV categoria o "rivedibili alla visita medica" entravano permanentemente nella Landsturm o des Landes Heer. Era questa la vera milizia territoriale ovvero l'esercito di terza linea, quello dei servizi interni del paese. La Landsturm operativa, quella che si raggiungeva per limiti di età, era pertanto un vero esercito di 2ª linea e poteva essere (come lo fu) impiegata in operazioni belliche.
Tornando al fronte della Marmolada va detto che, a nord, il contatto con il V Rayon si fece subito precario. La carenza di soldati aveva costretto ad abbandonare agli italiani sia il passo Fedaja, sia Mesole e Padon, l'abitato di Arabba ed il terreno sino al passo di Campolongo. Si era così creato un pericoloso cuneo inserito nella difesa austriaca proprio nel delicato punto di contatto tra i due Rayon.
Per fortuna gli attacchi italiani non furono veementi e la difesa ebbe la possibilità di rinsaldarsi. Era evidente comunque che quei pochi soldati non sarebbero riusciti ad impedire agli italiani l'ingresso in val di Fiemme. Per questo motivo si ricorse all'aiuto degli alleati tedeschi, nonostante la Germania fosse ancora in pace con il Regno sabaudo. Onde evitare un conflitto di rango nei comandi in Fiemme, le due brigate, povere di uomini e materiali, furono raccolte in un nuovo comando divisionale agli ordini del feldmaresciallo conte Von Scholz. Nasceva così, per poter trattare alla pari con i bavaresi, la divisione della Marmolada (90ª divisione di fanteria) e faceva il suo ingresso al fronte la possente unità da montagna germanica: l'Alpenkorps.

In pace con la Germania, in guerra con i bavaresi

La difesa del fronte cadorino non poteva essere organizzata soltanto con improvvisate divisioni austroungariche di fanteria - esempio tipico la citata eterogenea div. Pustertal (o Val Pusteria, che più avanti prenderà il titolo di 73ª div.). Le divisioni regolari austriache in montagna, nei tempi migliori, contavano su una forza di 10 battaglioni di fanteria, 8 compagnie mitragliatrici e 4 plotoni mitraglieri (in tutto 38 mitragliatrici a divisione), mezzo squadrone di cavalleria appiedata, 5 batterie di artiglieria (in tutto 14 cannoni da montagna e 2 obici da montagna), truppe del Treno, Genio e servizi. Nel maggio-giugno 1915 la loro forza era assai inferiore e le loro truppe poco addestrate. Da un comunicato tedesco del 28.5.15 risultava che quei soldati si preparavano a contenere 5 o 6 divisioni di fanteria italiane e 27 battaglioni alpini. Una simile disparità di forze militari, assai pericolosa per i confini austriaci, costrinse a richiedere l'impiego, al fianco dei soldati asburgici in prima linea, degli alpini tedeschi dell'Alpenkorps bavarese.
 L'unità speciale tedesca, al comando del generale Krafft von Dellmensingen, combatté in Tirolo dal 26 maggio 1915 sino al 15 ottobre dello stesso anno, quando venne ritirato dal fronte italiano, anche perché il Regno d'Italia non aveva ancora dichiarato guerra alla Germania (lo farà soltanto nel 1916). Nonostante la notorietà dell'apparato militare germanico e l'abbondanza di materiale tecnico e di armi automatiche, la super divisione bavarese non sembrava disporre di truppa particolarmente addestrata alla guerra in montagna. Era mancata infatti la pratica sul campo di battaglia e l'istruzione dei reparti speciali, alpinistici e di sciatori, era più adatta alle imprese sportive che alla guerra.
Il gruppo Von Götze, (il comandante del 2º regg. Jäger) fu schierato tra Tesero e Cavalese assieme a tre reparti mitraglieri e una batteria da montagna.; il gruppo Von Below rimase in Bolzano con il 3º regg. Jäger; il gruppo Epp, con il regg. Guardie si distribuì a nord attorno agli abitati di Brunico e Chiusa; il gruppo Von Tutschek  si ritrovò schierato tra Corvara e San Leonardo assieme  al 1º regg. Jäger.
L'ordine per i tedeschi era chiaro: " ... in caso di scontro con le truppe italiane i tedeschi in nessun caso dovevano apparire come aggressori, bensì come aggrediti ..."
Nel giugno 1915 il comando supremo austroungarico decise di raggiungere una linea difensiva avanzata sulla quale organizzare la difesa invernale del fronte, contando anche sul fatto che gli italiani non parevano molto risoluti. Le truppe imperiali delle divisioni austroungariche 90 (div. Scholz) e 73 (div. Goiginger) assieme all'Alpenkorps avanzarono sul passo Rolle, sul Fedaja con l'obiettivo di occupare monte Padon. Gli obiettivi furono facilmente raggiunti, grazie anche al "timido" (per dirla con l'aggettivo usato dal diario di guerra del corpo bavarese) approccio dei fanti italiani. Ai tedeschi venne imposto di non sconfinare in territorio italiano.
Sino al mese di ottobre i bavaresi tennero un fronte di circa 100 km teso tra il Cadin e la Val di Fassa, con le riserve schierate nelle valli di Fiemme e in val Badia.
Il settore di fronte tra il Col di Lana ed i monti a nord del passo Rolle venne mantenuto dalla 2ª brigata Jäger che fu raggiunta dal battaglione sciatori (lo Schneeschuß Bataillon  reclutato tra alpinisti sportivi provetti parte del 3º regg. Jäger). Gli sciatori presero possesso degli avamposti situati sul massiccio della Marmolada senza per altro distinguersi più di tanto. I comandi tedeschi infatti definirono quel battaglione sciatori come "dotato di spirito più sportivo che militare", tacciando il progetto di formare un'unità speciale d'assalto sulle nevi con il termine "fallimento".
 
La divisione delle rocce - 90ª div. Fanteria austroungarica
 
Nell'ottobre 1915, preso atto della volontà italiana di non aggredire sul fronte montano, l'Alpenkorps era ritirato dal fronte. Nel frattempo si era notevolmente rinforzato il dispositivo difensivo del Rayon V. Lassù, in Comelico e a Cortina, la divisione Pustertal poteva contare su celebri e collaudati reggimenti tirolesi (il 2º Kaiserjäger ed il III Landesschützen), su undici reparti mitraglieri e su numerosa artiglieria. Erano pure giunte al fronte le compagnie zappatori e con esse erano arrivati i reticolati, i perforatori, le mine da roccia e "l'olio di gomito" necessario a scavare trincee e ripari.
Il territorio meridionale del fronte cadorino spettava, in assenza dei bavaresi, tutto alla competenza della divisione Scholz. Rinforzata da dieci reparti mitraglieri, tutti dotati di armi Schwarzlose, da 58 bocche da fuoco, la 90ª divisione poteva contare ora su 12.200 fucili ripartiti in tre brigate. Al Pordoi si trovava la 58ª brigata da montagna del col. Von Borotha con tre battaglioni del 4º reggimento Kaiserjäger, gli Standsschützen del Vorarlberg (Bregenz) e della val Gardena (Gröden). Il fronte di Fassa era difeso dalla provata 179ª Landsturm, ridotta a due battaglioni di riservisti (il 38 ed il 39) ed ai bersaglieri delle unità Dornbirn, Nauders, Kastelruth. La val di Fiemme era protetta dalla nuova 55ª brigata da montagna che, al comando ora del col. Spielvogel, schierava i "vecchi" del battaglione Riserva IV/37 e del 166º Landsturm, accanto ai freschi soldati del 23º Landsturm, a due distaccamenti di Landesschützen del III reggimento, alla 3ª StreifKompagnie. I reparti della 90ª divisione avevano ormai appreso con profitto come ci si difendeva in montagna e come modificare l'ambiente, di per sé favorevole alla difesa.
Per gli italiani, purtroppo, i sanguinosi combattimenti del 1916 saranno testimoni di quanto fosse stato grave l'esitare dei primi mesi di guerra, quando ancora era possibile l'occupazione di gran parte delle vette dolomitiche. La 90ª divisione era già diventata un "osso" troppo duro da rodere; per austriaci e ladini era diventata "Die Felsen-Di.on", la divisione delle rocce.

 

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