Inglesi,
francesi e tedeschi in Italia 1917-1918
Durante
la Grande Guerra sul fronte italiano, i due avversari, Italia ed
Austria-Ungheria, si avvalsero spesso del supporto dei propri alleati.
Nei primi due anni di guerra il fenomeno si limitava alla presenza
di consulenti militari o di unità tecniche ed operative (es.
batterie di artiglieria). Nel 1917 il fenomeno si accresceva grazie
all'invio di veri e propri contingenti armati, autonomi, in occasione
delle operazioni autunnali, per continuare a tutto il 1918.
In occasione della cosiddetta offensiva di Caporetto, infatti, un'intera
armata germanica affiancava gli austriaci sul fronte isontino, riuscendo
determinante nello sfondamento del fronte a Plezzo. La ritirata
degli italiani ed il timore di un disastro militare rendevano allora
necessari numerosi inviti, rivolti agli alleati, per un intervento
diretto di sostegno. A tali inviti risposero, con cautela, francesi
ed inglesi, inviando due armate di sostegno che, a tappe, presero
contatto con il fronte il 4 dicembre 1917, quando l'avanzata austrotedesca
era stata arrestata sul Grappa e sul Piave. In tale contingenza,
il nuovo fronte italiano, fu testimone di una vera e propria guerra
europea, stante la presenza delle nazioni citate e delle molteplici
etnie che componevano i quadri asburgici. La 14a armata tedesca
agiva nella parte orientale del massiccio del Grappa, fronteggiando
i francesi schierati tra il Montello e il monte Tomba. Gli inglesi
invece furono dislocati sul Montello. Nel 1918 tutte le truppe
germaniche furono ritirate a scaglioni dal fronte italiane, mentre
inglesi e francesi rimasero in linea, spostandosi in primavera ed
estate sull'altopiano di Asiago, nella zona di Cesuna (inglesi)
e di cima Echar (francesi). Nell'occasione tali truppe furono
determinanti nel fronteggiare l'ultimo violento attacco austriaco
del giugno 1918. In autunno parte del contingente fu spostato sul
Piave (Grave di Papadopoli) concorrendo allo sfondamento decisivo
conosciuto come battaglia di Vittorio Veneto. In quel tempo, marciava
nei territori riconquistati anche un reggimento americano.
I TEDESCHI
La storiografia tradizionale ha sempre celebrato, a margine dell'impiego
del contingente tedesco sul fronte italiano, una lunga sequela di
virtù militari, proprie dell'organizzazione germanica. Naturalmente
contribuiva a ciò il mito del ten. Rommel e della sua guerra
personale, il quale era, in realtà allora, una figura di
tenente alpino dotato di spiccate virtù militari, amato dai
propri soldati (come tanti altri suoi colleghi) e decisamente insopportabile
agli austriaci (come pochi). Lo scopo di tale celebrazione era soprattutto
quello di confrontare la romantica improvvisazione austroungarica,
la scarsa efficienza degli austriaci e quello di sminuire le responsabilità
italiane nella rotta di Caporetto, giustificandole con il fatto
di avere di fronte la possente macchina da guerra del Kaiser, le
sue nuove tattiche ecc. In realtà la 14a armata
austrotedesca non aveva nessuna caratteristica di eccezionalità,
se si esclude il fatto di essere una massa d'urto offensiva, strutturata
più per rompere un fronte instabile che per sfondare le linee
ed annientare un esercito. Come vedremo, le truppe tedesche in operazione
non erano certo unità d'élite (a parte il corpo alpino
reduce dai trionfi di Romania).
I tedeschi si distinguevano per l'originale organizzazione ed
il metodo che applicavano alle proprie operazioni, studiando nei
minimi particolari ogni variante. Sembra difficile ipotizzare che,
nell'ottobre 1917, pensassero di arrivare al Piave ed oltre. Infatti
non avevano previsto alcuna linea logistica autonoma, affidandosi
agli austriaci, dei quali, per altro, diffidavano non poco per il
miscuglio delle etnie. Soltanto il corpo alpino bavarese, infatti,
poteva disporre di una certa autonomia logistica, poiché
sfruttava la propria organizzazione dislocata in Tirolo; e questo
soltanto dopo il crollo del fronte cadorino. Il comando delle
operazioni, in ogni caso, fu strettamente nelle mani dei tedeschi,
suscitando non poche lamentele nei comandi asburgici; in special
modo nei generali Krauss (1 corpo) e Boroevic (Isonzoarmee), quest'ultimo
costretto a far da spettatore dopo essere stato per tre anni l'eroe
della difesa isontina. La XIV armata fu assegnata a Von Below coadiuvato
da un celebre capo di S.M., il generale Krafft von Dellmensingen
ed a tutta la grande unità militare fu conferita una chiara
connotazione "da guerra alpina" privilegiando unità
bavaresi e del sud della Germania ed affiancando tali unità
con truppe austriache di lingua tedesca. La rapidità
degli eventi, succeduti allo sfondamento, misero in evidenza la
difficoltà di adattare la guerra alla eccessiva rapidità
dei successi. Mancava completamente un'attività informativa
e di ricognizione, a tal punto che, nella corsa alla grande vittoria,
cadde persino un generale di corpo d'armata (von Berrer), colpito
ad Udine da cecchini italiani mentre girava con l'auto personale
(fatto insolito e grave per un esercito così efficace). La
rincorsa alla IV armata italiana, costò ai tedeschi un sacco
di noie e ritardi, dovendo sfilare per le anguste valli friulano-cadorine,
senza poter sfruttare le squadriglie aeree (ci volle un mese per
riattare i campi d'aviazione abbandonati dagli italiani) per le
ricognizioni; senza poter sfruttare le direzioni per i rifornimenti,
caoticamente sovrapposte a quelle austriache. Il logorio della "lunga
marcia" al Grappa portò numerose unità imperiali
a drastiche riduzioni di ranghi e mezzi, dimezzandone di fatto l'efficacia
militare oltre al numero dei militari impiegati. Così
all'euforia della facile vittoria, presto si sostituiva un forte
desiderio di tornarsene alla guerra di Francia, lasciando gli "amici"
austriaci a sbrigarsela da soli. Si desume questo dalle baruffe
tra comandi alleati e dai diari dei soldati tedeschi in Friuli.
Solo Rommel sembrava prendere gusto alle operazioni. Ma lui, si
sa, era una pasta speciale di soldato. Quando poi, sul Monfenera,
i tedeschi subirono il primo rovescio militare grazie alla resistenza
dei "contadini italiani" il vaso traboccò. Un'inchiesta
militare mise in luce gli errori commessi durante il primo attacco
al Tomba (poi conquistato) e soprattutto mise in luce il logorio
subito dai tedeschi dopo due mesi di marce in territorio italiano.
A dicembre il contingente germanico aveva già deciso di togliere
i bivacchi e rientrare alle sedi originarie. Secondo alcuni generali
si erano già troppo trattenuti in Italia. L'abbandono definitivo
avveniva a fine anno e nel gennaio 1918, lasciando, tra l'altro,
come beffa finale, agli austriaci la responsabilità della
perdita del monte Tomba.
Le unità ed il cammino La 14a armata era formata
da quattro gruppi principali (corpi), quasi tutti misti (ovvero
con presenza di tedeschi ed austriaci; soprattutto per le artiglierie).
Il suo comando disponeva direttamente delle squadriglie aeree, di
12 compagnie zappatori e 6 batterie di grosso calibro. Il primo
gruppo, schierato a nord, prendeva il nome di gruppo Krauss ed era
essenzialmente austriaco. Le uniche truppe germaniche al seguito
erano i pionieri del 35° battaglione lanciagas, incaricati del
tiro a fosgene che annientò il presidio meridionale della
conca di Plezzo, dando l'abbrivio allo sfondamento del fronte nord.
In riserva di settore si trovava la Deutsche Jäger Division
una delle tre divisioni di truppe celeri rimaste ai tedeschi. L'unità
era formata da tre reggimenti Jäger ed un battaglione d'assalto
(Sturmba.on Jäger), possedeva 48 pezzi (12 batterie) e 24 lanciabombe.
Considerata una buona divisione, anche se costituita di recente
(1917), non si distinse in maniera particolare sino all'occupazione
della conca di Alano (est del Grappa) con i successi sul Tomba e
su Monfenera. Il secondo gruppo (Stein) era il III corpo bavarese
formato dalle divisioni: ( 12a (reclutata nella Slesia superiore
con forte presenza di elementi polacchi) che era considerata una
buona divisione, senza infamia e senza lode. Possedeva tre reggimenti
di fanteria, tre reparti mitraglieri ed un battaglione Pionieri,
attrezzato con ponti. La sua artiglieria vantava 124 pezzi (30 batterie)
e 12 lancia granate. Fu impiegata nell'attacco a Tolmino, accodandosi
all'Alpenkorps. Decisivo il suo apporto nel passaggio del Tagliamento
al ponte di Cornino. ( 117a (reclutata con riservisti anziani,
convalescenti e seconde scelte provenienti da territori di confine
- Alsazia e Polonia) che era considerata assai malandata. Essa fu
tenuta di riserva sino al contatto con il fronte del Piave, fiume
di cui tentò la forzatura venendo clamorosamente respinta.
Possedeva tre reggimenti di fanteria, un battaglione genio, 48 pezzi
(12 batt.) e 12 lanciagranate. ( ALPENKORPS (reclutata soprattutto
in Baviera, aveva anche una forte presenza prussiana e wurtemburghese)
che era una delle tre divisioni Jäger, specialmente addestrata
alla guerra in montagna (per il qual motivo si fregiava del distintivo
con la Stella alpina). La poderosa unità vantava tre reggimenti
Jäger (uno e quello della Guardia erano bavaresi, il 2°
Jäger era prussiano), un battaglione fucilieri, due battaglioni
zappatori, un battaglione mitraglieri (armato di 24 mitraglie pesanti)
e il celebre battaglione da montagna del Württemberg (dove
militava Rommel) formata da ben sei compagnie alpenjäger e
tre reparti mitraglieri. L'Alpenkorps aveva 218 cannoni (53 batterie
tra le quali molte da montagna) e 68 lanciagranate. Era sicuramente
l'unità migliore del contingente ed una delle unità
di élite dell'esercito tedesco. Le sue truppe sfondarono
il fronte sud a Tolmino, prendendo d'infilata le presunte seconde
linee italiane proseguendo il cammino tra la Carnia ed il Cadore.
Si distingueranno ancora negli attacchi tra i Salaroli ed il Valderoa,
sul Grappa. Il terzo gruppo (von BERRER) o LI corpo tedesco
possedeva due divisioni: ( 26a (wurtemburghese - era considerata
una ottima unità - di classe prima -) Lanciata all'attacco
di Tolmino, dietro alle truppe della 200ª div., sfruttò
a pieno i suoi tre reggimenti di fanteria e i 68 pezzi (17 batterie)
assieme a 68 lancia granate. Più avanti occupava il passaggio
di Dignano sul Tagliamento catturando 20.000 sbandati italiani.
( 200a (l'ultima delle tre divisioni Jäger, bavarese) considerata
una divisione leggera di seconda classe dal rendimento incostante.
Per essere una divisione da "inseguimento" essa possedeva
una gran massa di artiglieria (208 pezzi suddivisi in 55 batterie
e 12 lancia granate). I tre reggimenti Jäger si avvalevano
del supporto di ben sei reparti mitraglieri ed di un battaglione
zappatori. Attaccò dalla testa di ponte di Tolmino, risalendo
la valle, in direzione dello Jeza, che occupava il 25 ottobre. Fu
impiegata anche nel settore centrale del Grappa contro il fronte
Val Calcino e Valderoa, cima che occupava il 17 dicembre 1917.
Al gruppo austriaco SCOTTI era invece assegnata la ( 5a divisione
di fanteria, una buona unità con spiccata tendenza all'assalto.
Era formata da tre reggimenti e due reparti mitraglieri (12 mitraglie),
possedeva due battaglioni genio, 146 cannoni (37 batterie) e 12
lancia granate. A Caporetto seguì l'attacco della 1ª
div. Austroungarica occupando nel pomeriggio del 24 ottobre la sella
di Volzana ed il Krad Vrh. Il 25 ottobre rileva la stanca divisione
austriaca attaccando monte Kum e catturando 3500 italiani delle
brigate Elba e Puglie. Si distinse soprattutto in dicembre (giorno
11) occupando la vetta dello Spinoncia. Si nota, infine, la
relativa assenza di truppe d'assalto (Stosstruppen) specializzate
e la notevole abbondanza di truppe autonome e mobili (Jäger
o truppa celere). Tali unità attaccavano balzando in avanti
mentre il barrage di artiglieria ancora colpiva le linee nemiche,
oltrepassavano i nuclei di resistenza portandosi nel profondo del
dispositivo avversario (Durchfressen) lasciando alle seconde ondate
di fanteria il compito di annientare le sacche alle loro spalle.
Le truppe mobili, invece, pur possedendo una minima istruzione d'assalto
(soprattutto l'Alpenkorps) erano considerate soprattutto unità
da incursione ed esplorazione. La loro presenza sottolinea il fine
del piano d'attacco tedesco, che prevedeva un bombardamento distruttivo
seguito dall'irruzione nei varchi, attaccando i vari capisaldi montani
italiani (o almeno quelli supposti tali), uno dopo l'altro, distruggendoli
in modo da permettere l'avanzata della notevole massa di artiglierie.
Era un metodo piuttosto dissimile dalla tattica d'assalto tipica
del fronte francese. L'utilizzo di truppa mobile ed autonoma prevedeva
anche la possibilità di portare l'operazione sino al Tagliamento,
dove la presunta linea fortificata italiana necessitava di un ulteriore
concentramento di artiglierie, lasciate indietro dopo il bombardamento
iniziale del 24 ottobre. In realtà gli eventi privilegiarono
la tattica delle Stosstruppen, poiché il dispositivo difensivo
e logistico italiano si dissolse rapidamente. Gli alpini di Rommel
si trovarono a far la parte degli incursori al posto dei veri assaltatori
tedeschi, rimasti in Francia e penetrarono profondamente nelle retrovie
italiane. Ai tedeschi, soprattutto, non faceva difetto una certa
autonomia d'iniziativa, grazie all'addestramento dei quadri e dei
sottufficiali, cosa che permise di ottenere grandi vantaggi iniziali
nelle proprie zone di operazione. Per fortuna italiana la tattica
della Blitzkrieg a piedi era del tutto ignota ai pesanti ungheresi
di Boroevic, schierati tra la Bainsizza ed il mare. La loro lentezza,
pare, fu la salvezza per l'intera III armata italiana e per l'esercito
sabaudo, evitando un tracollo generale. Le specialità
L'esercito tedesco nel 1917 lamentava una crisi nei ranghi, dovuti
alle perdite subite (analogo destino era assegnato alle truppe francesi).
La sua fanteria, adattata ai combattimenti di trincea, aveva già
perduto le caratteristiche iniziali del 1914, sviluppando nuove
tattiche di combattimento che privilegiavano la tecnologia delle
armi ed il risparmio di vite umane. Le divisioni germaniche erano
ora più agili (tre soli reggimenti) e meglio servite (due
reggimenti di artiglieria campale ovvero 12 batterie di 4 pezzi
- più batterie obici o pesanti e minenwerfer). Alcune avevano
interi battaglioni del genio zappatori, mentre i pionieri erano
assegnati di preferenza ai corpi. Il battaglione tedesco aveva ridotto
i ranghi a 750-800 effettivi grazie all'adozione di una o due sezioni
di mitraglie leggere (3 armi) per ogni compagnia di fucilieri. Possedeva
tre compagnie fucilieri più la compagnia mitraglieri. Le
divisioni più agili (con meno effettivi) erano definite Mobiledivisionen
mentre quelle più pesanti, di riservisti, erano dette divisioni
da trincea: Stellung div. Le truppe celeri o Jäger (in
qualche caso definite Schützen) avevano perduto le compagnie
ciclisti, loro peculiarità in guerra, per assumere una connotazione
tipica da fanteria. Erano state organizzate tutte in tre divisioni
(le tre presenti a Caporetto). Le truppe d'assalto o Stosstruppen
(Sturmtruppen) erano organizzate in compagnie o battaglioni. Questi
avevano tre compagnie assaltatori ed una compagnia mitraglieri dotata
di 6-12 mitraglie pesanti tipo MG08. Inoltre possedevano un reparto
mortai (4 minenwerfer) - un reparto trasmissioni radio - un reparto
lanciafiamme.

I FRANCESI
L'esprit latin Il contingente
francese (circa 130.000) uomini fu il maggiore apporto alleato a
sostegno dell'esercito italiano nel 1917. Per la verità,
a tanta quantità di mezzi, non corrispondeva un'eccezionale
qualità negli uomini. Non rappresenta una novità che
i francesi fossero molto riluttanti ad impiegare proprie truppe
a sostegno dei malcapitati cugini latini in difficoltà. La
spedizione, decisa anche grazie al decisivo aiuto americano in Francia,
coinvolse l'alto comando francese soprattutto come speranza d'imporre
una direzione politico-militare alle operazioni; almeno quando Cadorna
fu allontanato dal Comando supremo italiano. La missione francese
operò con tale sagacia da rasentare l'eccesso di prudenza.
Il gen Fayolle, nominato comandante supremo delle forze in Italia,
agiva da consigliere del C.S. italiano mentre al comando effettivo
delle truppe era assegnato il gen. Duchene (comando della X armata).
Fayolle ed il mite Diaz formavano un duetto militare intellettuale
di rara prudenza, tanto da ipotizzare il crollo del fronte italiano,
dopo la battaglia delle Melette. Per fortuna prevalse la volontà
di resistere ed anche i francesi, nonostante il cauto peregrinare,
ebbero modo di mettersi in luce. Va detto che la Francia, a
fine 1917, era afflitta da una grave crisi di personale, dovuta
alle gravi perdite subite nell'anno. Era stato un obbligo, per tanto,
riformare le unità tenendo conto della riduzione dei ranghi,
aumentandone la potenza di fuoco (grazie agli aiuti americani) e
ricorrere a poilu sempre più stagionati, convalescenti e
malvezzi alla guerra. I militari francesi accorsi a sostegno degli
italiani, apparivano molto critici nei confronti dell'apparato militare
sabaudo, delle realtà ambientali italiane (molto simili alle
loro). Apprezzavano molto, tuttavia, la relativa tranquillità
che le prospettive belliche italiane facevano balenare. Nei comandi
c'era un diffuso timore di perdere uomini e mezzi nel caos capitato
a Cadorna e, per tale motivo, le divisioni francesi bivaccarono
qua e là per parecchi giorni. Il difetto dell'esercito
francese, a detta di molti (inglesi soprattutto), era l'eccessiva
confidenza tra ufficiali e truppa, cosa che rendeva molto "elastica"
la disciplina. (Per la verità gran parte degli ammutinamenti
francesi del 1917 erano scoppiati tra le truppe di riserva, in quelle
dei servizi e nelle retrovie). I soldati se ne stavano per lo
più in disparte, criticando gli italiani per la loro povertà
contadina e per la loro esagerata "devozione" alle pratiche
cattoliche e ... alla Madonna. Le osterie di paese, che recavano
cartelli sul tipo "vietato sputare per terra" o "la
persona educata non bestemmia" rafforzavano l'impressione di
dover aiutare un popolo sottosviluppato. Lo stesso Re d'Italia ai
più appariva ridicolo: "Un gran cappellone sotto il
quale non c'era null'altro che un bastardo nano piemontese travestito
da Re". Evidente appare
come il contatto con i soldati italiani non poteva che essere scontroso
e rissoso; peggio che con gli inglesi poiché i francesi erano
in grado di reggere i vinacci di campagna. Lo stesso comandante
in capo, lo spocchioso Fayolle, non aveva remore a chiedere al comando
supremo francese (gen. Foch) un battaglione territoriale da adibire
a servizi di piantonaggio, segreteria e minuteria dal momento che
gli italiani non parlavano francese e pertanto erano inutilizzabili
all'uopo. Nessuna remora nemmeno nel pretendere speciali razioni
alimentari, considerando quelle italiane misere al palato. In tal
modo la sussistenza sabauda prendeva conoscenza che ai francesi
non doveva mancare il pesce, nella razione giornaliera, e che soprattutto
essi avevano una passione per il baccalà. L'esercito
francese, comunque, dopo gli sconquassi e gli ammutinamenti del
1917, era dotato di una ferrea disciplina ed il soldato era sempre
misurato ed attento a non trascendere. Va pure precisato che la
nuova gestione dell'esercito prevedeva anche alcune migliorie. In
particolare i turni al fronte erano meno pesanti. Si faceva una
settimana in trincea e poi pieno riposo in retrovia, quando ancora
gli italiani erano soliti "riposare" lavorando duramente
nelle retrovie. La razione alimentare, poi, era migliorata (fa testo
la citazione al pesce) in maniera di evitare la mefitica sbobba
che aveva determinato vibrate proteste negli anni precedenti e che
il Poilus francese definiva "Singe" (ovvero scimmia).
Particolare menzione va fatta per le unità alpine: gli Chasseurs
des Alpes. Reclutati ed addestrati a combattere gli italiani, al
tempo in cui si pensava l'Italia della Triplice come nemica, mai
più avrebbero pensato di dover soccorrere i cugini sulle
loro montagne. Preso atto della volontà italiana di combattere
con l'Intesa, i battaglioni alpini francesi erano stati mandati
al fronte dei Vosgi, afflitti da un generale senso di inutilità;
non più fanteria leggera celere come gli altri Chasseurs
a Pied, scarsamente alpini nel difendere colli e boschi. L'invio
in Italia venne salutato con molto entusiasmo, forse anche per provare
finalmente le attitudini alpinistiche del corpo. Le unità
ed il cammino Le prime unità transalpine giungevano in
Italia il 31 ottobre, quando ancora si temeva la disfatta totale
degli italiani, con le divisioni 64 e 65 (XXXI corpo del gen. Rozée
d'Infreville). Tra il 5 ed il 10 di novembre, l'inizio della battaglia
del Grappa, arrivavano le unità speciali da montagna degli
Chasseurs des Alpes (div. 47 e 46), autonome nei ranghi d'armata.
Una di queste divisioni fu mandata a presidio della Val Camonica
su richiesta del gen. Cadorna, ormai prossimo al siluramento.
Il 20 novembre arrivavano le ultime truppe francesi: il XII corpo
del gen. Nourisson (div. 23 e 24) con la certezza di "dover
salvare l'Italia da una disfatta generale". Per fortuna lo
spirito italiano era ben lungi da essere domato. Così
in dicembre anche i francesi entravano in linea sulla dorsale del
Monfenera, tra Pederobba e sotto il monte Tomba, a fianco del contingente
inglese sul Montello. Il settore era molto delicato e su di esso
premevano le truppe austrotedesche. Un forzamento del Piave in quella
sede avrebbe provocato il rapido aggiramento della IV armata italiana
e delle truppe di stanza ad Asiago. Gli alpini francesi presero
contatto con le linee del Grappa, dominate dai tedeschi sulla dorsale,
afflitti dalla scarsità dei ricoveri. Dopo aver perduto un
ufficiale superiore molto amato, il desiderio di rivincita nei confronti
degli austriaci si fece sempre più violento. Iniziarono estese
ricognizioni del settore servendosi anche dell'osservazione aerea
eseguita da proprie squadriglie e progettarono un colpo di mano
volto a liberare la scomoda dorsale del Tomba dalla presenza tedesca.
La preparazione dell'artiglieria francese fu eccezionale, in linea
con le nuove determinazioni tattiche rivolte al risparmio dei soldati,
grazie al massiccio e concentrato impiego dei mezzi. Secondo tali
tattiche, al bombardamento violento e breve di artiglieria doveva
seguire l'assalto, prima dell'allungamento del tiro, in modo da
non dare al nemico il tempo di rientrare in trincea, uscendo dai
ricoveri. L'occasione propizia venne colta il 30 dicembre 1917,
nel momento in cui la 50a div. austroungarica dava il cambio
ai tedeschi, sicuramente meglio organizzati dei colleghi imperialregi.
L'attacco francese occupava la dorsale Tomba- Monfenera con al perdita
di circa 600 soldati fuori combattimento e con la cattura di 1500
austriaci. Questo certamente fu il segnale, anche per gli italiani,
che i tempi stavano cambiando e che Caporetto era già soltanto
un brutto ricordo. Monte Tomba resta ancor oggi un luogo della
memoria francese ed, assieme al mausoleo cimitero di Pederobba,
è meta di costanti visite celebrative.
Le specialità Come detto
i francesi avevano appena completato una drastica riforma dell'esercito,
iniziata a fine 1916, accelerata dalla scarsità degli effettivi,
che doveva portare l'armamento delle unità ad una competizione
migliore con le unità tedesche. Le divisioni erano piccole
ed agili, con metà ranghi di quelle del 1914, dotate di 5000
armati, circa 1000 artiglieri, 400 zappatori e 400 operai. I loro
battaglioni, anche se lo studio dell'organica militare attribuisce
ai francesi la forza di 800 effettivi per battaglione, non raggiungevano
i 450-500 combattenti. Il battaglione aveva tre compagnie di fanteria
ed una potente compagnia mitraglieri di 200 uomini, 8-12 mitraglie
pesanti e 1-2 pezzi da trincea. L'armamento della fanteria, inoltre,
s'avvaleva di 36 fucili mitragliatori e 72 fucili lanciabombe. In
particolare i 96 uomini che costituivano il nucleo da combattimento
della compagnia, divisa in quattro plotoni da due sezioni di due
squadre, erano per metà granatieri armati di bombe a mano
e fucile (voltigeurs) e per metà specialisti corredati di
fucile mitragliatore automatico o fucile lanciagranate. Nella
divisione francese, tuttavia, fatta di tre brigate di tre battaglioni,
spiccava l'apporto dell'artiglieria, omogenea e efficace. Essa vantava
due o tre gruppi di artiglieria campale (ognuno dei quali formato
di tre batterie di quattro pezzi da 75 mm), un gruppo di tre batterie
pesanti da 155 mm e spesso un gruppo da 120 mm. L'artiglieria pesante
era concentrata soprattutto alle dipendenze d'armata. La divisione
francese aveva anche una grande specializzazione nelle trasmissioni,
disponendo di un distaccamento telegrafico, un distaccamento radio,
due compagnie del genio e, spesso, un intero battaglione di pionieri
(truppe tecniche). In Italia le divisioni francesi possedevano
tre regg. di fanteria, 6 batterie da 75mm, un gruppo da 155mm ed
un gruppo da 120mm. La X armata disponeva inoltre di 32 gruppi di
artiglieria pesante (224 cannoni), 9 batterie da 75mm e 18 batterie
da montagna. Il compito dei battaglioni francesi era inoltre
facilitato dal fatto che, sul Grappa, il fronte da difendere non
superava i 300-400 metri contro gli abituali 800 del fronte occidentale.


GLI INGLESI
Il rapporto con gli alleati Uno
dei più gravi problemi che assillavano le truppe inglesi
era quello della lingua. Pochi ufficiali italiani parlavano inglese
e solo alcuni bene. I più si esprimevano in un corretto francese
(i piemontesi). Per fortuna molti militari di truppa, quelli che
erano tornati dopo l'emigrazione negli States, parlavano inglese
riuscendo a fungere da interpreti estemporanei. Altra cosa incomprensibile
ai figli d'Albione era la cosiddetta pausa-pranzo. Gli Stati Maggiori
italiani, a meno che non cadesse il mondo, erano soliti interrompere
il lavoro dalle 12 sino alle 15 del pomeriggio, per il pranzo ed
il ... riposino. In questo periodo non c'era verso di reperire nessuno.
Bisognava per forza adattarsi all'usanza. Stupivano
gli inglesi, oltre alle montagne, ovviamente, gli aggeggi infernali
come le teleferiche, le abbondanti riserve di energia elettrica,
dovute alle centrali idroelettriche, rare in Gran Bretagna ed il
vino locale: il Grinto o Clintòn. Nero e profumato di tannino,
esso aveva il potere di calmare l'arsura causata dai lavori pesanti,
costava poco, meno della pessima birra locale, ma ... aveva qualche
inconveniente. Non erano rare infatti le risse tra britannici ed
alleati dovute alle abbondanti libagioni o a qualche partita di
soccer andata male (evento insopportabile per un inglese). La connotazione
generale del contingente britannico (soldati provenienti dall'Inghilterra
meridionale e qualche scozzese) rendeva obbligatorio o quasi l'utilizzo
del tempo libero per lo sport. Frequenti erano le gare e le competizioni
(equitazione compresa). Il soldato inglese, in generale, si
adattò bene al nuovo fronte apprezzandone l'aria fine di
montagna e la relativa tranquillità. I loro ufficiali si
impegnarono a fondo in corsi di formazione a favore del ristrutturato
esercito italiano con notevole spirito di adattamento alle situazioni
(molto più che i colleghi francesi). L'inglese in generale
era portato a non comprendere il profondo legame tra Chiesa e civili
ed il potere del clero cattolico nei paesi, accettandolo come fatto
curioso ed utile (da sfruttare a seconda delle evenienze). Le
unità ed il cammino Gli inglesi formavano senza dubbio
la presenza più qualificante sul fronte italiano, dove avevano
inviato buone divisioni, ben equipaggiate e dotate di Linea logistica
autonoma. Il comandante della spedizione era niente meno che Lord
Plumer, l'eroe di Messines, (il quale, tuttavia, fu molto riluttante
a venire in Italia poiché si reputava vicino alla conquista
della sacca di Passhendaele). Così nel 1918 il comando fu
trasmesso ad un suo subordinato, il gen. Conte di Cavan, c.te del
XIV corpo, ufficiale esperto e cordiale. L'altro corpo britannico
inviato in Italia era l'XI al comando del gen. Haking. Per il BEF
(British Expeditionary Force) erano state "liberate" due
direttive ferroviarie: una arrivava da Ventimiglia facendo capo
a Mantova, la seconda arrivava dalla Val d'Aosta (la stessa dei
francesi) e faceva capo a Verona. Le prime divisioni ad essere "detrained"
in Italia furono la 41a (unità della New Army di leva
reclutata nel Sud inglese - arrivo il 16.11.17 e partenza il 1.3.18)
e la 23a div. (unità della New Army che arrivava lo
stesso giorno ma che rimarrà in Italia sino a marzo 1919).
Il giorno successivo (17 novembre) arriverà anche la 7a divisione
(nota unità dell'esercito regolare che aveva sostituito una
delle tre brigate con una formazione di riservisti). Anch'essa rimarrà
in Italia sino al 1919. Le tre unità citate formavano il
XIV corpo (Earl of Cavan) e furono le uniche divisioni inglesi ad
entrare in linea nel 1917. Infatti, a giochi fatti , le div. 41
e 23 sostituirono rispettivamente le div. italiane 1 e 70 nella
linea tormentata del Montello. La 7a rimaneva invece in riserva
a Vedelago.
Gli inglesi in linea ebbero subito l'impressione
della precarietà del modo di difendere degli italiani (una
sola trincea principale e molti camminamenti verso le retrovie)
provvedendo da subito ad organizzare difese di profondità,
linee parallele arretrate, secondo il costume del fronte francese.
Il punto loro affidato, infatti, era molto delicato poiché
una penetrazione austriaca avvenuta al primo contatto con il nemico
sul Piave, a Molino della Sega, ne aveva indicato la vulnerabilità.
La perdita del Montello in effetti esponeva tutta la retrovia del
Grappa all'aggiramento, con conseguenze catastrofiche per la IV
armata italiana e per le truppe dell'altopiano di Asiago. Nonostante
gli sforzi inglesi, tuttavia, il Montello doveva cedere nel giugno
1918, anche se, va detto, le linee arretrate disegnate dai Pionieri
britannici, furono di grande aiuto per contenere e contrattaccare
gli austriaci, rigettandoli al di là del Piave. Se l'arrivo
del XIV corpo era stato portato a termine con qualche ingorgo e
molta confusione, ben più caotico fu l'arrivo dell'XI di
Lord Haking. La 48a divisione reclutata nelle South Midlands,
contte di Warwick e Gloucester, arrivava il 22.11.17 (rimarrà
in Italia sino al 1919), scaricando truppe e materiali tra Este
ed Isola della Scala. Alcuni suoi reparti dovettero scendere addirittura
a Mantova per dirigersi a piedi verso Este, senza interpreti e cartine
geografiche in scala ridotta. In mezzo agli ingorghi stradali, causati
anche dalle truppe restanti della II armata italiana, rotta a Caporetto,
raggiungeva Tezze sul Brenta il 10.12.17, quando la battaglia del
Grappa era ormai cessata. L'altra divisione dell'XI corpo era la
5a div. dell'esercito regolare, dal passato glorioso. Anch'essa
aveva sostituito una brigata regolare con una di riservisti (reclutati
nell'area territoriale presso i battaglioni Yeomanry). Arrivata
il 27.11.17, quando ormai le vie dovevano essere libere, era dirottata
su Legnago dove si concentrava il 1 dicembre e diretta a piedi verso
Cittadella, dove giungeva il 20 dicembre ... giusto in tempo di
celebrare il Natale vicino al fronte. In definitiva va detto
chiaramente che il poderoso contingente britannico non ebbe alcuna
necessità di impiego bellico, poiché gli italiani,
come pattuito, da soli erano riusciti a resistere sul Piave in barba
ai dubbi dell'alto comando italo-francese. Per la cronaca è
interessante verificare quanti treni occorsero per portare in Italia
circa 110.000 inglesi, tra novembre e fine dicembre: 442 convogli
di truppa - 102 di rifornimenti - 102 di munizioni - 32 di Ordnance
(aggeggi per manutenzione e vestiario) e 9 treni misti. Le specialità
La divisione britannica nel 1918 era poderosa. Contava infatti su
circa 18.077 soldati e 598 ufficiali ripartiti in tre brigate formate
ciascuna di quattro battaglioni, tre battaglioni di artiglieria
campale, uno di obici campali ed uno di art. pesante. Notevoli i
servizi che comprendevano una lunga retrovia organizzata. Nella
divisione c'erano un battaglione pionieri e tre compagnie del genio,
delle quali una era adibita alle trasmissioni. Alle brigate erano
assegnate le tre ambulanze campali, le tre compagnie mitraglieri
e le tre batterie di mortai lanciabombe. Il battaglione inglese
contava su 800 effettivi circa ed era da sempre dotato di discreta
autonomia e mobilità, poiché staccato dal mastodontico
apparato divisionale cui faceva riferimento grazie alla brigata.
Va precisato che in Inghilterra non esistevano i reggimenti, almeno
nella nostra accezione. Questi, infatti, erano dei centri di reclutamento
ognuno dotato di grandi tradizioni e richiamo, capaci di sfornare
battaglioni dai numeri progressivi da 1 a 15 (e oltre) che venivano
via via assegnati alle brigate. Il soldato inglese portava infatti
il segno del riconoscimento divisionale con i colori di brigata,
ma era legato soprattutto allo stemma "the badge" del
reggimento di origine, simbolo che garantiva una coesione sia di
tradizione militare sia di appartenenza ad un'area geografica omogenea.
Per tale motivo sulle tombe inglesi di fanteria appare lo stemma
del reggimento, indipendentemente dalla divisione di appartenenza.
GLI AMERICANI
Le unità ed il cammino
Nonostante il 1917 non fosse testimone di un diretto impegno militare
americano, va considerato che la presenza in Francia di 96.000 Yankees
favoriva la possibilità di impiego di divisioni alleate in
altri fronti, bisognosi di supporto. Nella regione del Grappa, e
nell'Alto Vicentino, tuttavia era presente l'ARC (American Red Cross)
con proprie strutture sanitarie e la presenza ... gradita di alcuni
noti intellettuali, i più ricchi dei quali avevano fatto
dono di alcune autolettighe (Dos Passos ed Hemingway per citare
i più noti). Le specialità L a fanteria americana
sarà presente sul fronte italiano soltanto nell'autunno 1918
con il 332° reggimento al comando del col. William Wallace,
aggregato alla 31a div. con i suoi tre battaglioni. Con questa
si diresse verso la Livenza, dopo il passaggio del Piave a Papadopoli,
attaccando, il 4 novembre, le difese del Tagliamento (1 morto e
6 feriti) ed occupando Codroipo. La sua forza, in Italia, era di
113 ufficiali e 3470 soldati.
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